Tipologie di danno risarcibili dall’assicurazione in caso di incidente mortale

A cura di Erika Damiani

Le tipologie di danno per cui è possibile richiedere il risarcimento alla compagnia assicuratrice sono:

1) DANNO PATRIMONIALE, in entrambe le sue componenti: DANNO EMERGENTE e LUCRO CESSANTE. Nella prima voce vi rientrano, ad esempio, le spese funerarie (Cass. pen. n. 5471/09; Cass.n.17962/14; Trib. Mantova sent.n. 8.11.2005), le spese sostenute per le riparazioni dei mezzi coinvolti o la demolizione degli stessi (Cass. Sent. n. 11899/2016); il secondo si riferisce al mancato apporto economico del defunto al bilancio familiare, e si riconosce a quei superstiti che avevano con il de cuius rapporti economici attivi. Essendo difficile stabilire concretamente il quantum, tale forma di danno viene nella maggior parte dei casi liquidata in via equitativa dal giudice. Secondo gli Ermellini “ (…) Infatti in sede di liquidazione equitativa del lucro cessante, ai sensi degli articoli 2056 e 1226 c.c., cio’ che necessariamente si richiede è la prova, anche presuntiva, della sua certa esistenza, in difetto della quale non vi è spazio per alcuna forma di attribuzione patrimoniale, attenendo il giudizio equitativo solo all’entità del pregiudizio medesimo, in considerazione dell’impossibilità o della grande difficoltà di dimostrarne la misura (Cass. n. 11968/2013)” (Cass. n. 4892 del 14.03.2016). Per quantificare nella misura più precisa possibile il lucro cessante, e ai fini probatori dello stesso, si deve tener conto di diversi fattori (Trib. Roma sent. n. 20396 del 26.10.2012), quali:

  • Situazione di convivenza (vd anche Cass. Civ. n.4253/2012);
  • Situazione economica superstite (Cass. n. 4379 del 7.3.2016; Corte D’Appello di Milano sent.n. 122/2013);
  • Continuità e stabilità dell’apporto del de cuius. (Cass. n. 4379 del 7.3.2016).

Come già anticipato, essendo un danno suscettibile di una valutazione equitativa da parte del giudice, esaminando la giurisprudenza in materia si sono rinvenute differenti modalità di liquidazione del danno da lucro cessante.

Secondo l’insegnamento della S.C, ripreso poi da alcuni Tribunali di merito, è possibile liquidare il danno esame così come segue:

– Sommando e rivalutando (in base all’indice FOI elaborato dall’Istat vigente pro tempore) i redditi già perduti dal momento del sinistro fino alla data odierna;

– capitalizzando, in base ad un coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee, i redditi che gli aventi diritto avrebbero percepito a partire dalla data odierna, e sino al momento in cui l’erogazione sarebbe verosimilmente cessata, momento che, per quanto si è detto, coincide con il momento di presumibile raggiungimento dell’indipendenza economica (Cass. 11-6-1998 n. 5795, in Foro it., 1998, I, 2829; Cass. 18.11.1997 n. 11439, in Riv. giur. circ. trasp., 1998, 58; Cass. 28-11-1988 n. 6403, in Foro it. Rep., 1988, Danni civili, 155, vd anche Trib. Roma Sez. 13, 4.2.2005).

Un’altra modalità di calcolo si rinviene nella sentenza n. 1229 del 15.3.2016 del Tribunale di Salerno, nella quale l’organo giudicante ha utilizzato la seguente formula:

R x C x Y% – D     dove

R= Reddito lavorativo annuo o il triplo della pensione sociale

C= coefficiente di capitalizzazione di cui al R.D. 1403/1922 (il quale deve essere aggiornato dal giudice in sede di quantificazione)

Y%= percentuale di flessione del reddito

D= scarto tra vita fisica e vita lavorativa

Nel caso di specie:

R= Rn=107.296,44 – 39.307,47 – 2.410,01 – 595,51= 64.983,45

Y%= è pari ad 1 essendo il defunto lavoratore dipendente e non subendo così alcuna flessione

D= 45/66= 0,68

Una terza formula per la quantificazione del danno in esame si rinviene in una pronuncia del Tribunale di Padova (sentenza n. 767 del 9.4.2010) il quale ha liquidato il danno in esame, tenendo in considerazione i seguenti fattori:

  • Reddito al netto di imposta (Rn), il quale si ottiene sottraendo al reddito lordo l’addizionale regionale e comunale all’Irpef;
  • Quota di spettanza del defunto (Q)
  • Coefficiente di sopravvivenza ex R.D 22/ (C )

Ottenendo la seguente formula

(Rn-Q)*C

Il calcolo dell’ammontare del lucro cessante può essere ricondotto, a rigor di logica, anche alla seguente formula:

L= S x Vm

L= lucro cessante

S= ammontare che il superstite riceveva dal defunto

Vm= Vita media del superstite

N.B.  Nel determinare la vita media del superstite non si deve eccedere nella stima, al fine di non cagionare un ingiusto arricchimento dello stesso. Per tale motivo si consiglia di fare riferimento ai dati ISTAT riguardanti la durata media della vita di persone di sesso maschile e femminile in Italia. Inoltre, secondo la Suprema Corte (Cass. sent. n. 28.8.2009 n. 18800) nella quantificazione del mancato apporto il giudice deve tener conto di tutti quei contribuiti che il de cuius effettuava e che concernevano le spese fisse della gestione familiare e cioè di quelle spese che non subiscono una contrazione anche dopo la morte del de cuius (es. canone di locazione, imposte, tributi; non vi rientrano le spese alimentari).

Le voci che andremo di seguito ad analizzare appartengono tutte alla categoria del danno non patrimoniale. Secondo la Suprema Corte di Cassazione “il nostro ordinamento positivo conosce e disciplina (soltanto) la duplice fattispecie del danno emergente e del lucro cessante (articolo 1223 c.c.) e quella del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale (articolo 2059 c.c.). La natura unitaria del danno non patrimoniale, espressamente predicata dalle sezioni unite di questa Corte, deve essere intesa, secondo tale insegnamento, come unitarieta’ rispetto alla lesione di qualsiasi interesse costituzionalmente rilevante non suscettibile di valutazione economica (Cass. ss.uu. 26972/2008). Natura unitaria sta a significare che non v’e’ alcuna diversita’ nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, sia esso costituito dalla lesione alla reputazione, alla liberta’ religiosa o sessuale, piuttosto che a quella al rapporto parentale. Natura onnicomprensiva sta invece a significare che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilita’, onde evitare risarcimenti cd. bagattellari (in tali termini, del tutto condivisibilmente, Cass. 4379/2016)” ( Cass. n. 7766 del 20.4.2016).

2)DANNO DA MORTE nella forma del DANNO BIOLOGICO TERMINALE: esso si verifica quando tra il momento in cui sono state cagionate le lesioni e l’evento morte è intercorso un apprezzabile lasso di tempo. In questi casi il danno alla SALUTE per inabilità temporanea viene considerato massimo sia nell’entità che nell’intensità (Cass. n.18163/2007).

Ai fini della liquidazione del danno in esame, si richiama la sentenza della Cassazione n.23183/14 nella quale, conformemente alle sentt. nn. 18163/07 e 1877/06, si dichiara che “seppur temporaneo tale danno è massimo nella sua entità e intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte”, evidenziando la necessità di tener conto di “fattori di personalizzazione” ed escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso “la meccanica applicazione dei criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso”. Gli Ermellini hanno asserito, nella medesima pronuncia, che in caso di sinistro mortale, al quale sia conseguito il decesso non immediato della vittima, “il danno terminale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico) e che, mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura particolare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro – puntualmente sempre correlato alle circostanze del caso – che sappia tener conto dell’enormità del pregiudizio”. In conclusione “moltiplicando il valore unitario del danno biologico per la percentuale del 100%, si omette di considerare l’ontologica temporaneità del danno biologico terminale, sostanzialmente riconoscendo, in contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte, un danno da perdita della vita(conformi Cass. sent.n. 8055 del 21.4.16; Cass. sent. n. 13255 del 28.6.2016; Cass. sent. n. 20922 del 17.10.2016). Ed ancora “ Nell’ipotesi di morte avvenuta in conseguenza e successivamente alle lesioni riportate durante un sinistro stradale, la richiesta di risarcimento del danno presentata dagli eredi del defunto (c.d. danno terminale) va accolta in quanto costituente, pacificamente, un pregiudizio no patrimoniale trasmissibile iure hereditatis, dovendosi disattendere nel caso di specie, il rilievo per cui il riconoscimento del danno biologico presuppone la permanenza in vita del soggetto leso. (….) laddove sussista un apprezzabile lasso di temporale tra lesioni e morte da esse causata – a prescindere dalla sussistenza o meno del c.d. danno catastrofico ( coscienza da parte del soggetto leso della ineluttabilità del danno patito)- è senza dubbio configurabile un danno biologico risarcibile, commisurato soltanto all’inabilità temporanea del defunto ma da liquidarsi in maniera adeguata alle circostanze del caso concreto (danno di massima entità e intesità)” (Cass. n. 15395 del 26.7.2016). Ed infine “ Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra “un apprezzabile lasso di tempo” (nel caso 10 giorni), è invero risarcibile il danno biologico terminale (v. Cass. 28.8.2007, n. 18163) e “per il tempo di permanenza in vita” (v. Cass., 16/5/2003, n. 7632), il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549; Cass., 1/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783Cass., 10/2/1999, n. 1131Cass., 29/9/1995, n. 10271). Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo è massimo nella sua entità ed intensità (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass., 23/2/2005, n. 3766), si è ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, anche “non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163). (…..) lo stato di lucidita’ nel breve lasso temporale intercorso tra l’incidente ed il decesso” della vittima, che costituisce invero il presupposto del diverso danno morale terminale, laddove il danno biologico terminale si fonda sul differente presupposto della persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, che si e’ da questa Corte ravvisato sussistere in ipotesi di sopravvivenza pure per pochi giorni, e addirittura di un giorno (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549, in motivaz.), e quindi per un periodo di tempo inferiore a quello come nella specie protrattosi per 10 giorni (cfr. Cass., 31/10/2004, n. 23183; Cass., 16/5/2003, n. 7632), irrilevante al riguardo essendo la circostanza che durante tale periodo la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita‘”. ( Cass. n. 21060 del 19.10.2016).

Il Tribunale di Milano ha elaborato, nell’anno corrente, delle tabelle di liquidazione del danno terminale, le quali sono comprensive della componente biologica temporanea e contengono un riferimento all’aumento personalizzato che si basa sullo stato di lucidità della vittima e non del lasso di tempo in cui l’agonia si protrae, dal momento che deve considerarsi patimento di massima entità la consapevolezza del sopraggiungere della fine.

Questa tipologia di danno richiede la sussistenza di un apprezzabile lasso di tempo, non solo inteso come tempo intercorrente tra l’evento lesivo e la morte, ma anche come lasso temporale che consenta all’individuo di prendere consapevolezza di ciò che gli sta per accadere. L’assenza di questa presa di coscienza impedisce il riconoscimento del danno biologico terminale, con la conseguenza che verrà risarcito il solo DANNO BIOLOGICO c.d. “ORDINARIO”, il quale viene liquidato secondo le tabelle relative all’invalidità temporanea.

3)DANNO DA PERDITA PARENTALE e DANNO MORALE. Per quest’ultimo può esserne richiesto il risarcimento nei soli casi previsti dalla legge e da coloro che ne sono legittimati a causa della sofferenza e del perturbamento conseguenti alla morte del congiunto. Per quanto attiene alla quantificazione del danno da perdita parentale, questa viene effettuata tenendo conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza idonea a comprovare l’intensità del legame con il de cuius. Si tratta di elementi che incidono altresì sulla liquidazione del danno morale, tanto che dal 2008, a seguito della giurisprudenza della Suprema Corte, le due tipologie di danno suddette vengono liquidate in un’unica voce. Secondo i Giudici della Cassazione ciò è dovuto al fatto che “Ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale da perdita di persona cara, costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale – non altrimenti specificato – e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ma unitariamente ristorato” (Cass. n. 25351 del 17.12.2015).

RIFERIMENTI NORMATIVI: art. 2043 c.c., art. 2056 c.c., art. 2727 c.c.

GIURISPRUDENZA: Trib. Mantova sent.n. 8.11.2005; Trib. Roma Sez. 13, 4.2.2005; Cass. n.18163/2007; Cass. S.U. 11/11/08, n. 26772; Cass. n. 28423/08; Cass. pen. N. 5471/09; Cass. n. 458/2009; Cassazione Civile, sez. III, sentenza 28/08/2009 n° 18800; Trib. Milano sent. 10733/2014; Cass.n.17962/14; Cass. sent.n. 12923/15 Cass. S.U. 22/07/15 n. 15350; Cass. n. 4379 del 7.3.2016; Cass. Sent. n. 9367 del 10.5.2016; Cass. Sent. n. 11899/16; Cass. sent.n. 8055 del 21.4.16; Cass. sent. n. 13255 del 28.6.2016; Cass. n. 15395 del 26.7.2016 Cass. sent. n. 20922 del 17.10.2016; Cass. n. 21060 del 19.10.2016.

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