Revisione della condanna: anche la procedibilità del reato costituisce nuova prova

A cura dell’Avv. Michele De Stefano, pubblicato su Altalex il 09/06/2017

Tra i casi nei quali è ammessa la revisione della sentenza penale di condanna rientra la sopravvenienza o la scoperta, dopo la condanna, di nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto (art. 630, lett. c, c.p.p.).

Si discute se tra le nuove prove rientri anche la questione relativa alla procedibilità del reato (a querela o d’ufficio): è ammessa la revisione in caso di condanna per un reato perseguibile a querela di parte quando quest’ultima non sia stata stata proposta?

A questa domanda risponde la Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale, con la sentenza 5 aprile 2017, n. 17170.

E’ noto che ai sensi dell’art. 629 e ss c.p.p., la domanda di revisione costituisce mezzo di impugnazione straordinario della sentenza. Tale domanda si propone presso la Corte d’Appello competente ex art. 11 c.p.p., al ricorrere dei presupposti indicati dalla legge, tra cui la sopravvenienza di “nuova prove” che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato va prosciolto.

Di recente si è tornata ad occupare della questione la Corte di Cassazione, che si è così pronunciata: “L’istituto della revisione, nella sua formulazione attuale, comprende, pertanto, anche il caso in cui il condannato debba essere assolto perchè l’azione penale non avrebbe potuto essere iniziata (o proseguita), per cui la revisione è consentita anche qualora venga a risultare che il fatto per il quale era stata riportata condanna costituisce reato perseguibile a querela di parte e la querela non sia stata proposta (o sia stata rimessa e la remissione sia stata ritualmente accettata)”.

Così affermando ed uniformandosi ad altri precedenti in termini, con la Sentenza n. 17170 del 5 aprile 2017 la Suprema Corte ha dunque positivamente risolto la questione per cui la procedibilità del reato rientra nel concetto di “nuova prova” che legittima la revisione di una sentenza ex artt. 630-631 c.p.p.

Con tale pronuncia, infatti, i Supremi Giudici hanno annullato una sentenza della Corte di Appello di Genova la quale aveva invece dichiarato inammissibile la richiesta di revisione della decisione di primo grado ritenendo che il difetto di procedibilità non poteva considerarsi “prova nuova”.

La tesi della Corte d’Appello non è stata condivisa dalla Suprema Corte proprio in base al passo trascritto ad inizio del presente articolo, ove appunto si rilevava che l’attuale istituto della revisione si applica anche in ipotesi di iniziale o sopravvenuta mancanza della procedibilità.

A fondamento della decisione, il Supremo Consesso ha peraltro richiamato due proprie precedenti decisioni delle quali, ai fini dell’argomento qui trattato, appare quanto mai interessante la prima e più risalente. Ivi si era infatti affermata l’ammissibilità della richiesta di revisione anche allorchè la remissione di querela intervenga dopo la pronuncia della sentenza e prima del passaggio in giudicato della stessa (Cass. Sez. 5, n. 95 del 28/02/1995).

Sulla scorta di tale ragionamento, con la sentenza in commento la Suprema Corte ha dunque chiarito, senza dar spazio a dubbi interpretativi, che alla procedibilità del reato va data rilevanza sostanziale e non soltanto formale, derivandone che la stessa questione di procedibilità ben può rientrare nel thema decidendum del procedimento.

Riferimento giurisprudenziale: Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/04/2017 n° 17170

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