a cura dell’Avv. Michele De Stefano

Dal 6 aprile 2018, è entrato in vigore il nuovo art. 570 bis c.p. in forza del quale “le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero viola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli“.

Balza subito all’attenzione che trattasi di reato proprio, in quanto presuppone che il soggetto attivo sia solo il coniuge e restano pertanto esclusi dalla nuova fattispecie i casi delle coppie non coniugate. Ciò pare palesare una disomogeneità tra la legislazione civile – in cui di fatto si è giunti ad una sostanziale equiparazione tra figli naturali e figli legittimi – e quella (pur recentissima) penale, in cui evidentemente si fa ancora differenza.

Tornando alla nuova fattispecie di reato, essa muove e presuppone un provvedimento reso in sede civile che stabilisce l’obbligo di mantenimento. Tale oggettivo e documentale presupposto tuttavia non preclude l’autonomo apprezzamento del Giudice in sede penale, che ad esempio può ritenere non sussistente il reato allorché l’inadempimento non sia significativo (quale l’inadempimento occasionale o limitato all’aggiornamento Istat). Diversamente, l’incapacità patrimoniale dell’obbligato non pare escluderne la punibilità, salvo che costui non si attivi in sede civile per vedersi ridotto ovvero annullato il predetto obbligo di mantenimento. Riguardo le pene, il richiamo all’art. 570 c.p. esclude l’applicazione di misure cautelari, che dunque non potranno essere applicate nelle pur rare ipotesi in cui proceda per le sole predette ipotesi di reato. Molto più frequenti sono infatti le ipotesi in cui vengano poste all’attenzione dell’A.G. situazioni astrattamente configurabili ulteriori fattispecie quali maltrattamenti in famiglia o stalking.

a cura dell’Avv. Valentina Iannilli

CHE COS’È

Il collegio sindacale rappresenta l’organo di controllo delle società e ha il compito di vigilare sull’attività degli amministratori e controllare che la gestione e l’amministrazione della società si svolgano nel rispetto della legge e dell’atto costitutivo.

COMPOSIZIONE

Il collegio sindacale è composto di un numero variabile fra tre e cinque membri effettivi e due sindaci supplenti. Non è richiesto come requisito per diventare membro effettivo la condizione di socio. I sindaci devono essere scelti tra gli iscritti nel registro dei revisori contabili. Tuttavia non possono ricoprire la carica di sindaco coloro che subiscono la cancellazione e la sospensione dal registro dei revisori, i parenti e gli affini entro il quarto grado degli amministratori o coloro che sono legati alla società da un rapporto di lavoro subordinato e continuato.

Il Codice Civile prevede che i sindaci vengano nominati per la prima volta nell’atto costitutivo e successivamente dall’assemblea e che restino in carica per tre anni. L’assemblea provvede alla nomina del presidente del collegio sindacale. Durante tale periodo i sindaci non possono essere revocati se non per giusta causa. In caso di morte, rinuncia o decadenza di un sindaco subentrano, in ordine di età i supplenti, i quali, rimangono in carica finché l’assemblea non provvede alla nomina dei nuovi sindaci in sostituzione di quelli usciti. I sindaci sono retribuiti secondo quanto stabilito dall’assemblea.

I COMPITI

I compiti del collegio sindacale sono quelli previsti dall’art. 2403 del Codice civile, ovvero:

  • controllare l’amministrazione della società;
  • vigilare sull’osservanza della legge e dell’atto costitutivo;
  • accertare la regolare tenuta della contabilità sociale, la corrispondenza del bilancio alle risultanze dei libri e delle scritture contabili e l’osservanza delle norme stabilite per la valutazione del patrimonio sociale;
  • deve accertare almeno ogni trimestre la consistenza di cassa e l’esistenza dei valori e dei titoli di proprietà sociale o ricevuti dalla società in pegno, cauzione o custodia.

Il collegio sindacale deve riunirsi almeno ogni trimestre e può deliberare, con maggioranza assoluta, se sono presenti la maggioranza dei componenti. I sindaci dissenzienti possono far mettere a verbale i motivi del loro dissenso.

I sindaci possono in qualsiasi momento procedere, anche individualmente, ad atti d’ispezione e di controllo e il collegio può chiedere agli amministratori notizie sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari.

L’AZIONE DI RESPONSABILITÀ

Il Codice Civile prevede che i sindaci debbano adempiere i loro doveri con la diligenza del mandatario (art. 1710). Essi sono infatti responsabili della verità delle loro affermazioni e devono conservare il segreto sui fatti e sui documenti di cui hanno conoscenza. In caso di un danno derivante dalle omissioni degli amministratori i sindaci sono responsabili solidalmente con questi ultimi. Ad ogni socio spetta il diritto di denunciare i fatti che ritiene “censurabili” al collegio sindacale, il quale deve tener conto della denuncia nella relazione all’assemblea. Se la denuncia è fatta però da tanti soci rappresentanti la ventesima parte del capitale sociale, il collegio sindacale deve indagare senza ritardo e presentare le sue conclusioni ed eventuali proposte all’assemblea, convocando immediatamente la stessa nei casi più urgenti. Se invece vi è fondato sospetto di gravi irregolarità nell’adempimento dei doveri degli amministratori e dei sindaci, i soci rappresentanti la decima parte del capitale sociale possono denunciare i fatti al tribunale che, sentiti in camera di consiglio gli amministratori e i sindaci, può ordinare l’ispezione dell’amministrazione della società a spese dei soci richiedenti.

Se sussistono le irregolarità denunciate, il tribunale può disporre gli opportuni provvedimenti cautelari e convocare l’assemblea per le conseguenti deliberazioni. Nei casi più gravi può arrivare fino alla revoca degli amministratori e dei sindaci e alla nomina di un amministratore giudiziario. L’amministratore giudiziario può proporre l’azione di responsabilità contro gli amministratori e i sindaci.

Tratto da “LA BORSA DI MILANO”

Guida alla Contabilità & Bilancio
22.5.2012 – n. 10 – p. 73
Il punto sul collegio sindacale e il sindaco unico nelle s.r.l.
di Gaiani Luca, Iori Michele

La disciplina dell’organo di controllo nelle S.r.l. è stata oggetto di varie modifiche negli ultimi mesi. La L. 4 aprile 2012, n. 35, di conversione del D.L. 5/2012, ha messo fine alle numerose questioni prevedendo il sindaco unico nelle S.r.l. se lo statuto non dispone diversamente.

La L. 4 aprile 2012, n. 35, di conversione del D.L. 9 febbraio 2012, n. 5, ha nuovamente modificato il regime degli organi di controllo delle società di capitali, su cui era intervenuta la Legge di stabilità 2012.

La L. 35/2012 ripristina innanzitutto, per le S.p.a., la versione originaria dell’art. 2397 Codice civile, secondo cui l’organo di controllo è composto sempre da un collegio sindacale (eliminando la possibilità di nominare un sindaco unico, che era prevista per le società con capitale e ricavi fino a euro 1 milione).

Inoltre, il provvedimento interviene sull’organo di controllo delle S.r.l., stabilendo che è sempre consentito nominare un unico membro se lo statuto non dispone diversamente.

NUOVO ART. 2477 c.c.

Il nuovo testo dell’art. 2477, c.c. come modificato dalla L. 35/2012, è di seguito riportato.

La norma, come chiarito dalla massima 124/2012 del Consiglio notarile di Milano, stabilisce che la funzione di controllo è affidata ad un organo monocratico (sindaco unico o revisore legale) salvo che lo statuto della società non disponga diversamente.

L’organo monocratico, come chiaramente indica l’art. 2477, co. 5 riformulato dalla L. 35/2012, riguarda anche le S.r.l. che rientrano nei 4 casi di nomina obbligatoria:

  1. capitale sociale non inferiore a euro 120.000;
  2. redazione obbligatoria del bilancio consolidato;
  3. controllodi altra società obbligata alla revisione legale;
  4. superamento per due esercizi consecutivi di due dei limiti dimensionali previsti per il bilancio abbreviato (art. 2435 bis c.c.).
Nuovo art. 2477, c.c.
“L’atto costitutivo può prevedere, determinandone le competenze e i poteri, ivi compresa la revisione legale dei conti, la nomina di un organo di controllo o di un revisore. Se lo statuto non dispone diversamente, l’organo di controllo è costituito da un solo membro effettivo.

La nomina dell’organo di controllo o del revisore è obbligatoria se il capitale sociale non è inferiore a quello minimo stabilito per le società per azioni.

La nomina dell’organo di controllo o del revisore è altresì obbligatoria se la società:

a) è tenuta alla redazione del bilancio consolidato;

b) controlla una società obbligata alla revisione legale dei conti;

c) per due esercizi consecutivi ha superato due dei limiti indicati dal primo comma dell’art. 2435-bis.

L’obbligo di nomina dell’organo di controllo o del revisore di cui alla lettera c) del terzo comma cessa se, per due esercizi consecutivi, i predetti limiti non vengono superati.

Nel caso di nomina di un organo di controllo, anche monocratico, si applicano le disposizioni sul collegio sindacale previste per le società per azioni.

L’assemblea che approva il bilancio in cui vengono superati i limiti indicati al secondo e terzo comma deve provvedere, entro trenta giorni, dell’organo di controllo o del revisore. Se l’assemblea non provvede, alla nomina provvede il tribunale su richiesta di qualsiasi soggetto interessato”.

MODIFICA DEGLI STATUTI

L’autonomia statutaria, precisano i notai milanesi, può prevedere, tra l’altro le seguenti varianti:

  1. affidare le funzioni di controllo e di revisione, anzichéad un organo monocratico, a un organo collegiale(collegio sindacale), per la composizione e il funzionamento del quale si applicano le norme dettate in tema di S.p.a.;
  2. affidare le funzioni di controllo e di revisione, anziché cumulativamente al medesimo organo, separatamentea due organi, il sindaco (o il collegio sindacale) da un lato e il revisore (o la società di revisione) dall’altro;
  3. prevedere che le scelte di cui ai due punti precedenti siano effettuatedi voltain volta con decisione dei soci, senza modificazione statutaria.

Come detto, l’attribuzione della funzione di controllo ad un organo monocratico (sindaco unico o revisore) ha effetto salvo che lo statuto non disponga diversamente.

Conseguentemente, laddove l’attuale statuto della S.r.l. stabilisca espressamente – come di norma avviene – che la società, nei casi previsti dalla legge, nomina un collegio sindacale, il passaggio al sistema del membro unico richiede una preventiva modifica statutaria con atto notarile.

CONTROLLI GESTIONALI E REVISIONE LEGALE DEI CONTI

Non vengono chiariti dalla norma i rapporti tra controlli cosiddetti “gestionali” (art. 2403 c.c.), tipici dei sindaci, e la revisione legale dei conti (art. 14, D.Lgs. 39/2010).

Secondo il Consiglio notarile di Milano, entrambe le funzioni possono essere cumulate in capo ad un unico soggetto, che a sua volta può essere o il “sindaco unico” oppure un revisore legale (o società di revisione).

Secondo altra dottrina (Assonime, circolare n. 6/2012, pag. 9-11), la S.r.l. che nomina l’organo di controllo per obbligo di legge (ricadendo in uno dei 4 casi sopra richiamati) potrà adottare uno dei due seguenti sistemi:

a) nomina solo del sindaco unico(oppure solo del collegio sindacale se così lo statuto stabilisce, in deroga alla norma di legge), che svolgerà sia le funzioni di controllo gestionale che quelle di revisione legale dei conti (qualora ciò sia previsto dallo statuto e il sindaco sia iscritto nel registro dei revisori); in alternativa, in questo caso, la società potrà scegliere di nominare sia il sindaco (solo controllo gestionale) che il revisore;

b) nomina solo del revisore legale(o società di revisione) che svolgerà esclusivamente la relativa funzione contabile senza che la società abbia alcun organo di controllo gestionale.

A quest’ultimo proposito va ricordato che secondo la dottrina, il richiamo alle regole delle S.p.a. è da intendere nel senso che le S.r.l. che nominano l’organo di controllo in quanto tenute alla redazione del bilancio consolidato devono sempre affidare la revisione legale ad un soggetto diverso dal sindaco unico o dal collegio sindacale (Assonime, circolare n. 6/2012, pag. 12; A. Busani, ne Il Sole 24 Ore del 20 aprile 2012). In passato questa interpretazione era posta in dubbio dal fatto che il V comma dell’art. 2477 stabiliva che la revisione legale nelle S.r.l. era “esercitata dal collegio sindacale“, ma quest’ultima locuzione è stata eliminata dal testo normativo.

D’ora in poi, se la S.r.l. è obbligata alla redazione del bilancio consolidato dovrà affidare la revisione legale dei conti ad un soggetto distinto dal sindaco (salvo optare per la sola revisione legale se si aderisce alla tesi sostenuta da Assonime e prima richiamata).

 

a cura della Dott.ssa Arianna Lo Menzo

Riferimenti normativi: art. 2913 c.c. – art. 485 c.p.c. – art. 492 c.p.c. – art. 495 c.p.c. – art. 497 c.p.c. – art. 513 c.p.c. – art. 519 c.p.c. – artt. 530, 532, 534 ss. c.p.c.

L’espropriazione mobiliare è il procedimento esecutivo giudiziario che ha ad oggetto i beni mobili di proprietà del debitore, che vengono sottratti coattivamente, attraverso il pignoramento, al fine di soddisfare il creditore a seguito di vendita o assegnazione.

Momento iniziale dell’espropriazione mobiliare è il pignoramento che consiste in un’ingiunzione dell’ufficiale giudiziario al debitore di astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito esattamente indicato i beni che si assoggettano all’espropriazione e i frutti di essi.

Secondo quanto recita l’art. 492 c.p.c., così come modificato dal d. lg. 59/2016 “Il pignoramento deve anche contenere l’avvertimento che il debitore, ai sensi dell’articolo 495, può chiedere di sostituire alle cose o ai crediti pignorati una somma di denaro pari all’importo dovuto al creditore pignorante e ai creditori intervenuti, comprensivo del capitale, degli interessi e delle spese, oltre che delle spese di esecuzione, sempre che, a pena di inammissibilità, sia da lui depositata in cancelleria, prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552 e 569, la relativa istanza unitamente ad una somma non inferiore ad un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento e dei crediti dei creditori intervenuti indicati nei rispettivi atti di intervento, dedotti i versamenti effettuati di cui deve essere data prova documentale. Il pignoramento deve contenere l’avvertimento che, a norma dell’articolo 615, secondo comma, terzo periodo, l’opposizione è inammissibile se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552 e 569, salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero che l’opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile”. Il richiamo espresso all’art. 495 del codice di rito prevede un’ulteriore possibilità per il debitore esecutato, ossia la facoltà di convertire il pignoramento prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione. La conversione si realizza sostituendo ai beni pignorati una somma di denaro equivalente da aggiungersi alle spese di esecuzione sostenute. La conversione può, e deve, essere richiesta dal debitore tramite il deposito di un’istanza in cancelleria e, contestualmente, una somma non inferire ad un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento; sarà successivamente il giudice dell’esecuzione a disporre, con ordinanza, la somma da sostituire al bene pignorato, o la possibilità della rateizzazione mensile per un massimo di 36 mesi, a seguito di audizione delle parti in udienza e nel rispetto del limite temporale di 30 giorni dal deposito dell’istanza. Tale possibilità prevista all’art. 645 c.p.c. può essere disposta per una sola volta a pena di inammissibilità e viene meno qualora il debitore ometta, o ritardi oltre i 15 giorni, il versamento dell’importo determinato: in tal caso le somme già versate formeranno parte dei beni pignorati del cui ricavo si soddisferanno il creditore procedente e gli eventuali creditori intervenuti.

Secondo quanto disposto dall’art. 2913 c.c. con il pignoramento si limita il potere dell’esecutato di disporre del bene pignorato, al fine di impedire che l’eventuale atto di disposizione possa pregiudicare il creditore pignorante o i creditori intervenuti: gli atti posti in essere dal soggetto esecutato non sono inesistenti o nulli, né annullabili, ma solo inefficaci. Questa inefficacia non è assoluta, ma si produce solo nei confronti del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione; sono sempre salvi gli effetti del possesso in buona fede.

Il permanere del vincolo di indisponibilità relativa è condizionato al pignoramento e al soddisfacimento del diritto dei creditori: se l’atto di disposizione coinvolge beni immobili o mobili registrati, l’alienazione o l’atto di disposizione anche anteriori al pignoramento sono fatti salvi solo se la trascrizione sia anteriore al pignoramento stesso; in caso di beni mobili sono fatti salvi gli atti di disposizione aventi data certa anteriore al pignoramento (artt. 2914, 2915 c.c.).

Atto propedeutico al pignoramento è l’atto di precetto, con il quale il creditore ingiunge il debitore a pagare, nel termine di 10 giorni, la somma di denaro pari al credito vantato; l’atto di precetto viene notificato al debitore unitamente al titolo esecutivo.

Decorso inutilmente suddetto termine, e non oltre 90 giorni dalla notifica del precetto, il creditore può dare avvio al pignoramento dei beni presso il debitore.

L’ufficiale giudiziario, munito di titolo esecutivo e precetto, inizia la ricerca dei beni mobili pignorabili presso l’abitazione o altri luoghi a lui appartenenti, o direttamente presso la sua persona, essendo sempre tenuto a rispettare le opportune cautele e senza lederne il decoro.

Sono in genere pignorabili beni mobili, denaro e titoli di credito, senza che sia necessario verificarne la proprietà.

Su ricorso del creditore e con autorizzazione del Presidente del Tribunale o da giudice da lui delegato (attualmente sostituito con “il giudice di pace” dal D. Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, con entrata in vigore a partire dal 31.10.2021), possono essere pignorati tutti i beni che non si trovano in luoghi appartenenti al debitore ma dei quali egli può direttamente disporre. Se nella ricerca delle cose da pignorare abbia bisogno di aprire porte o ripostigli, di tenere eventualmente a bada il debitore o terzi oppure di allontanare persone che disturbano l’esecuzione del pignoramento, l’ufficiale giudiziario può anche richiedere l’assistenza della forza pubblica (art. 513 c.p.c.).

La legge stabilisce che alcuni beni mobili non sono pignorabili e distingue tra beni assolutamente impignorabili, beni relativamente impignorabili e beni pignorabili in determinate circostanze di tempo: trattasi di quei beni che hanno per il debitore un determinato valore religioso, oppure che garantiscono il sostentamento suo e della sua famiglia, o beni che sono indispensabili per rendere la vita di una persona dignitosa o che consentono al debitore di continuare ad esercitare la propria attività lavorativa (Artt. 514, 515 e 516 c.p.c.).

A tutela della pretesa creditizia il legislatore ha stabilito che l’impignorabilità assoluta può essere eccepita solo dall’esecutato attraverso l’opposizione all’esecuzione nelle forme previste dall’articolo 615 c.p.c., e non può essere rilevata dal giudice d’ufficio.

Al momento dell’accesso presso i luoghi del debitore l’ufficiale giudiziario deve pignorare quei beni che ritiene di facile e pronta liquidazione, nel limite di un presumibile valore di realizzo pari all’importo del credito precettato aumentato della metà (art. 517 c.p.c.), pertanto, saranno preferiti il denaro contante, i gioielli, i titoli di credito e ogni altro bene che appaia di sicura realizzazione.

Ai sensi dell’art. 518 c.p.c., sulla forma del pignoramento mobiliare, stabilisce che “L’ufficiale giudiziario redige delle sue operazioni processo verbale nel quale dà atto dell’ingiunzione di cui all’articolo 492 e descrive le cose pignorate, nonché il loro stato, […], determinandone approssimativamente il valore, con l’assistenza, quando occorre, di uno stimatore da lui scelto […]”.

Quanto alla procedura di svolgimento del pignoramento dei beni mobili presso il debitore, l’art. 519 c.p.c. stabilisce che, salvo espressa autorizzazione del Presidente del Tribunale o di un giudice da lui delegato, lo stesso non può essere eseguito nei giorni festivi prima delle ore 7 né dopo le ore 21. Tuttavia, il pignoramento che sia iniziato nelle ore prescritte, può essere eseguito sino al suo compimento.

Nel processo verbale l’ufficiale giudiziario fornisce disposizioni in relazione alla conservazione delle cose pignorate e nomina un custode, il quale sottoscrive il medesimo processo verbale.

Una volta svolto il pignoramento, l’ufficiale giudiziario riconsegna il titolo esecutivo, l’atto di precetto e il verbale di pignoramento al creditore, il quale, entro e non oltre il termine di 15 giorni deve iscrivere a ruolo il pignoramento, pena la perdita di efficacia dello stesso.

Ai fini dell’iscrizione a ruolo è necessario il deposito in cancelleria dei tre atti di cui sopra e della nota di iscrizione a ruolo. In caso di deposito telematico sarà necessaria allegare alla busta di deposito un’attestazione di conformità che attesti la conformità all’originale del processo verbale, dell’atto di precetto e del titolo esecutivo.

Il pignoramento perde efficacia se entro 45 giorni dal suo compimento non viene proposta istanza vendita o assegnazione (art. 497 c.p.c.); tale istanza può essere depositata in cancelleria decorsi 10 giorni dal pignoramento pena l’invalidità della vendita o dell’assegnazione (art. 501 c.p.c.), ad eccezione che per le cose deteriorabili, delle quali può essere disposta l’assegnazione o la vendita immediata. Tale termine è dilatorio e non perentorio e ad esso non si applica la sospensione del decorso dei termini prevista dalla L. 7.10.1969, n. 742 (cd. sospensione feriale dei termini).

Ai sensi dell’art. 530 c.p.c. il giudice dell’esecuzione fissa con decreto l’udienza per l’audizione delle parti alla quale devono comparire il creditore pignorante, i creditori intervenuti, il debitore e gli eventuali interessati (art. 485 c.p.c.).

Le parti possono fare osservazioni sulle modalità e il tempo della vendita e possono proporre opposizione agli atti esecutivi secondo quanto disposto dagli art. 617ss.

Se non vi sono opposizioni o se le parti raggiungono un accordo il giudice dell’esecuzione emette ordinanza per la vendita o l’assegnazione. Se viene proposta opposizione il giudice decide con sentenza e successivamente decide con ordinanza le modalità e i tempi per la vendita e l’assegnazione.

 Tre sono le modalità di vendita previste dal codice di rito:

  • vendita con incanto (art. 534 c.p.c.). Quando la vendita deve essere fatta ai pubblici incanti, il giudice dell’esecuzione stabilisce il giorno, l’ora e il luogo in cui deve eseguirsi, e ne affida l’esecuzione al cancelliere o all’ufficiale giudiziario o a un istituto all’uopo autorizzato; inoltre, il giudice può disporre che, oltre alla pubblicità prevista dal primo comma dell’articolo 490, sia data anche una pubblicità straordinaria a norma del comma terzo dello stesso articolo;
  • vendita senza incanto;
  • vendita a mezzo di commissario (artt. 532 c.p.c. come modificato dal d. lg. 59/2016 e 533 c.p.c.). Le cose pignorate vengono affidate all’istituto vendite giudiziarie, ovvero, con provvedimento motivato, ad altro soggetto specializzato nel settore di competenza iscritto nell’elenco dei soggetti specializzati a norma dell’art. 169-sexies att. del codice di rito. Con lo stesso provvedimento, il giudice fissa il prezzo minimo della vendita (se il valore delle cose risulta dal listino di borsa o di mercato, la vendita non può essere fatta a prezzo inferiore al minimo segnato); l’importo globale fino al raggiungimento del quale la vendita deve essere eseguita, e può imporre al commissionario una cauzione; fissa il numero complessivo, non superiore a tre (prima era non inferiore a tre), degli esperimenti di vendita, i criteri per determinare i relativi ribassi, le modalità di deposito della somma ricavata dalla vendita e il termine finale non superiore a sei mesi, alla cui scadenza, qualora la vendita non avvenga, il soggetto incaricato della vendita deve restituire gli atti in cancelleria. Restituiti gli atti il giudice, se non vi sono istanze di integrazione del pignoramento, dispone la chiusura anticipata del processo esecutivo.

La somma ricavata a seguito dello svolgimento della vendita viene ripartita tra tutti i creditori intervenuti nella procedura esecutiva.

ASPETTI PRATICI : IL DEPOSITO TELEMATICO

Un aspetto pratico utile da affrontare è quello relativo al deposito telematico dell’iscrizione a ruolo del pignoramento e dell’istanza di vendita o assegnazione.

Può accadere che i termini per l’iscrizione a ruolo del pignoramento e del deposito dell’istanza di vendita e assegnazione scadano in tempi piuttosto ravvicinati, e ciò comporta delle difficoltà per l’avvocato che ricorra al deposito telematico, soprattutto per i depositi indirizzati ai tribunali più grandi.

Il sistema ministeriale prevede due distinti depositi: il primo per l’iscrizione a ruolo del pignoramento, al cui perfezionamento verrà assegnato un numero di ruolo; il secondo per il deposito dell’istanza di vendita e assegnazione, per il quale sarà necessario indicare il numero di ruolo fornito al momento dell’iscrizione a ruolo del pignoramento.

Ebbene, può accadere che il deposito telematico, che può dirsi correttamente eseguito solo alla ricezione della quarta P.E.C. di accettazione da parte della cancelleria, possa perfezionarsi in un momento successivo rispetto alla decorrenza dei 45 giorni dal pignoramento, comportando una preclusione per l’avvocato che a questo punto non potrà depositare l’istanza di vendita e assegnazione in quanto sprovvisto del numero di ruolo: il pignoramento perderebbe efficacia.

Tale conseguenza può essere evitata procedendo al deposito congiunto dell’atto introduttivo nota di iscrizione a ruolo del pignoramento mobiliare e dell’atto successivo istanza di vendita e di assegnazione.

L’avvocato depositante dovrà avere cura di allegare nella busta del deposito, oltre agli allegati obbligatori quali titolo esecutivo, atto di precetto e verbale di pignoramento, l’istanza di vendita e assegnazione come allegato generico.

Si procederà, pertanto, con l’iscrizione a ruolo del pignoramento avendo cura di inserire, oltre ai consueti atto principale e agli allegati obbligatori, anche ulteriori allegati generici costituiti dall’istanza di vendita, dal relativo contributo unificato e da eventuali altri documenti, eventualmente inserendo una descrizione nella sezione note. Al momento dell’accettazione viene assegnato il numero di ruolo, che dovrà essere inserito in fase di creazione della busta di un successivo deposito, anche oltre il termine dei 45 giorni ormai rispettato con la precedente iscrizione, costituito da un’istanza generica o da una nota di deposito quale atto principale.

Al fine di evitare che l’istanza di vendita sfugga all’attenzione della cancelleria, nell’atto principale del nuovo deposito (istanza generica o nota di deposito) si darà atto del deposito precedentemente effettuato in termini e si richiamerà la precedente istanza di vendita, anche riallegandola, così consentendo alla cancelleria di procedere al mutamento dello stato del fascicolo.

a cura dell’Avv. Michele De Stefano, pubblicato su Altalex il 25/01/2018

Nel processo penale, il difensore che abbia ottenuto la sospensione o il rinvio del dibattimento per legittimo impedimento a comparire di cui all’articolo 420 ter c.p.p., ha sempre diritto di ricevere l’avviso della nuova udienza?

Al quesito risponde la Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale, con la sentenza 11 dicembre 2017, n. 55139.

Con una pronuncia dello scorso dicembre, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in materia di notifica dell’avviso di nuova udienza nell’ipotesi di legittimo impedimento del difensore.

Il caso perveniva agli Ermellini a seguito di ricorso con cui si censurava un’ordinanza del Tribunale di Agrigento ove il Giudice disponeva rinvio dell’udienza per legittimo impedimento del difensore, senza tuttavia notificare a quest’ultimo l’avviso della nuova udienza fissata.

Richiamando un costante orientamento sul punto, la Cassazione ha tuttavia affermato con pronuncia in commento: “Questa Corte di legittimità, a Sezioni Unite e con una successiva giurisprudenza delle sezioni semplici assolutamente univoca, ha da tempo affermato il principio – che il Collegio condivide ed intende ribadire – per cui il difensore che abbia ottenuto la sospensione o il rinvio del dibattimento per legittimo impedimento a comparire ha diritto all’avviso della nuova udienza solo quando non ne sia stabilita la data già nell’ordinanza di rinvio (è il caso del c.d. “rinvio a nuovo ruolo”), poichè, nel diverso caso di rinvio ad udienza fissa, la lettura dell’ordinanza sostituisce la citazione e gli avvisi sia per l’imputato contumace, che è rappresentato dal sostituto del difensore designato in udienza, che per il difensore impedito, atteso che il sostituto assume per conto del sostituito i doveri derivanti dalla partecipazione all’udienza”.

Ne deriva che l’unico caso in cui l’avviso di nuova udienza deve essere notificato al difensore legittimamente impedito è per l’appunto solo quello di c.d. rinvio a nuovo ruolo, allorchè dunque non viene già stabilita la data della nuova udienza.

Oltre a ribadire il proprio indirizzo, la Suprema Corte ha aggiunto anche quanto segue, avendo il ricorrente eccepito altresì che alcuna delega era stata rilasciata dal dominus legittimamente impedito al sostituto comparso in aula: “La questione posta dalla ricorrente, secondo la quale alcuna delega verbale sarebbe stata conferita dal difensore di fiducia al sostituto presente in udienza, non muta i termini della questione e non comporta alcuna deroga al principio enunciato, giacchè il difensore di fiducia che abbia avanzato istanza di rinvio per legittimo impedimento è consapevole del fatto che, indipendentemente dalla presenza di un suo sostituto o dalla nomina di un difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4, in ogni caso non riceverà alcun avviso circa la data del rinvio comunicata in udienza e non potrà, quindi, disinteressarsi dell’esito dell’istanza di differimento dell’udienza, non attivandosi per acquisire diretta cognizione della data di eventuale rinvio”.

 

a cura della Dott.ssa Arianna Lo Menzo

Tratto dalla Rivista de Il Sole 24 ore “Ventiquattrore Avvocato”, n. 10, ottobre 2017

Cassazione civile, Sez. Unite, 29 maggio 2017, n. 13452

“Nel processo tributario, il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente e dell’appellante, che si avvalga per la notificazione del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione)”.

Finalmente le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono l’annoso conflitto giurisprudenziale sulla individuazione del dies a quo per la costituzione in giudizio del ricorrente nel processo tributario.

La quaestio nasce dalle difficoltà interpretative delle disposizioni di cui agli artt. 22, c. 1 e 53 c. 2 del D. Lgs. n. 546/1992, recante “Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della L. 30 dicembre 1991, n. 413”.

Le disposizioni presenti negli articoli sopra citati stabiliscono che nel procedimento davanti alle Commissioni Tributarie il ricorso è proposto mediante notifica ex art. 137 ss. c.p.c.

Nel caso specifico delle comunicazioni o notificazioni a mezzo del servizio postale, esse si considerano fatte al momento della spedizione, mentre i termini che hanno inizio dalla comunicazione o notificazione decorrono dalla data di ricezione dell’atto.

Dunque, la difficoltà interpretativa, riguardante le comunicazioni e notificazioni a mezzo postale, incideva sulla determinazione del dies a quo per la costituzione in giudizio del ricorrente: se il termine di 30 giorni per il deposito del ricorso nella cancelleria della Commissione Tributaria competente dovesse considerarsi decorrente dal giorno della spedizione del ricorso o della ricezione dello stesso da parte del resistente.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono il conflitto interpretativo con la sentenza n. 13452/2017 stabilendo che il termine per la costituzione del ricorrente decorre dal momento del perfezionamento della notificazione, dunque, dalla data in cui l’atto entra nella sfera giuridica del destinatario.

Tuttavia, il momento della spedizione rileva ai fini della tempestività dell’impugnazione del provvedimento, e questo per evitare che l’eventuale inefficienza dei servizi postali possa compromettere l’ammissibilità del ricorso.

Conclusioni queste che confermano un orientamento già cristallizzatosi in varie pronunce della Corte di Cassazione a partire dal 2008, e che tutte sottolineano la rilevanza del momento della ricezione dell’atto da parte del resistente ai fini della costituzione in giudizio.

La legge fa comunque salva la possibilità per il ricorrente di costituirsi in giudizio depositando l’originale del ricorso e la ricevuta di spedizione, sollevando il ricorrente dall’obbligo di presentare la ricevuta di avvenuta notificazione nel caso in cui essa non sia intervenuta nel periodo utile per la costituzione.

L’odierno orientamento garantisce non solo un’armonizzazione all’interno dell’intera disciplina della notificazione nel processo tributario, ma anche un allineamento della disciplina del processo tributario con quanto previsto sia nel processo civile che in quello amministrativo, dove i termini per la costituzione di chi propone la domanda giudiziale o impugna il provvedimento amministrativo decorrono dal momento in cui si perfeziona la notificazione al destinatario.

Di seguito si riporta giurisprudenza facente capo al primo orientamento e secondo orientamento.

IL SECONDO ORIENTAMENTO

Cassazione civ., Sez. V, 15 maggio 2008, n. 12185

Nel processo tributario, il termine di trenta giorni dalla proposizione del ricorso, previsto a pena di inammissibilità dal primo comma dell’art. 22 D. Lgs. n. 546/1992 per la costituzione del ricorrente (o dell’appellante) e per il deposito del ricorso notificato, decorre, anche in caso di notifica del suddetto ricorso a mezzo posta, dalla data in cui esso è stato ricevuto e non dalla data in cui è stato spedito, dovendo ritenersi, sulla base di una interpretazione sistematica degli artt. 22 primo comma, 20 secondo comma, e 16 quinto comma D. Lgs. n. 546/1992, che la notificazione a mezzo del servizio postale “si considera effettuata” al momento della spedizione solo con riguardo ai termini entro i quali il perfezionamento della notificazione stessa deve intervenire – ipotesi nella quale un eventuale disservizio postale potrebbe comportare per il notificante una decadenza incolpevole, mentre i termini per i quali (come nella specie) il perfezionamento della notificazione (ivi compresa quella a mezzo del servizio postale) rappresenta il momento iniziale del tempo concesso per il compimento di un’attività (e rispetto ai quali perciò una notificazione che, in virtù di una fictio effettuata in un momento anteriore a quello dell’effettivo ricevimento dell’atto rappresenterebbe invece un’ingiustificata anticipazione della decorrenza e perciò un’ingiustificata riduzione del tempo a disposizione) decorrono dalla data in cui l’atto è ricevuto, come peraltro espressamente disposto dell’ultima parte citato quinto comma dell’art. 16 D. Lgs. n. 546/1992, con una previsione di portata generale, che nessuna espressa disposizione derogatoria autorizza a ritenere inapplicabile alle ipotesi di notificazione a mezzo del servizio postale.

Cassazione civ., Sez. V, 21 aprile 2011, n. 9173

In tema di contenzioso tributario, ai fini della costituzione in giudizio del ricorrente, il ricorso direttamente notificato con raccomandata a mezzo del servizio postale deve essere depositato nella segreteria della Commissione tributaria, a pena di inammissibilità, entro trenta giorni dalla ricezione da parte del destinatario e non dalla spedizione da parte del ricorrente.

Cassazione civ., Sez. VI, 5, 17 settembre 2015, n. 18296

Non costituisce motivo d’inammissibilità, ex artt. 53 e 33 D. Lgs. n. 546 del 1992, dell’appello notificato a mezzo posta, il fatto che, all’atto della costituzione, l’appellante depositi l’avviso di ricevimento del plico inoltrato per raccomandata, in luogo del prescritto avviso di spedizione in quanto anche l’avviso di ricevimento del plico raccomandato riporta la data della spedizione, con la conseguenza che il relativo deposito deve ritenersi idoneo ad assolvere la funzione probatoria che la norma assegna all’incombente, anche in considerazione del principio, di recente ribadito, secondo cui, in tema di contenzioso tributario, il termine entro il quale la copia del ricorso spedito per posta deve essere depositata presso la segreteria della Commissione tributaria adìta decorre dalla data della ricezione dell’atto da parte del destinatario e non da quella di spedizione.

IL PRIMO ORIENTAMENTO

Cassazione civ., Sez. V, 14 ottobre 2004, n. 20262

La disciplina specifica della notifica a mezzo posta degli atti del processo tributario, secondo cui “Qualunque comunicazione … a mezzo del servizio postale si considera fatta nella data della spedizione …” (art. 16 del D.lg. n. 546 del 1992) consente di affermare che il deposito del ricorso tributario notificato a mezzo posta deve avvenire entro trenta giorni dalla spedizione postale e non dalla ricezione dell’atto da parte del destinatario.

Cassazione civ., Sez. V, 9 agosto 2016, n. 16758

In tema contenzioso tributario, nel procedimento di appello, ai sensi dell’art. 22, comma 1, quale richiamato dal successivo art. 53, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992, la rituale costituzione in giudizio del ricorrente, ancorata alla spedizione e non alla ricezione del ricorso da parte del resistente, richiede il deposito, entro trenta giorni dalla proposizione, nella segreteria della Commissione tributaria adita, dell’originale del ricorso notificato o di copia dello stesso, unitamente a copia della ricevuta di spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale, sicché, in difetto, attenendo l’adempimento al riscontro della stessa tempestività della costituzione, il ricorso è inammissibile e tale sanzione va rilevata d’ufficio in ogni stato e grado del processo, né è sanabile per via della costituzione del convenuto.

A cura della Dott.ssa Erika Damiani

La legge n. 177/2017, contenente una “Riforma organica della magistratura onoraria e altre disposizioni sui giudici di pace…”, è entrata in vigore il 15.8.2017, con l’eccezione delle norme che riformano la competenza dei giudici di pace (artt. 27 e 28) che entreranno in vigore tra il 31.10.2021 e il 31.10.2025 (in tale ultima data: Art. 27 comma 1, lettera a), numero 1, lettera c), numero 2), e al comma 3, lettera d), capoverso «Art. 60-bis», e lettera e) ).

L’art. 27 del d.lgs 116/2017 ha modificato l’art. 7 del codice di procedura civile (rubricato “Competenza del Giudice di Pace”), in tal guisa:

  • Con riferimento alle cause relative ai beni mobili la competenza per valore è mutata dai €000,00 ad €30.0000,00;
  • Con riferimento alle cause relative al risarcimento dei danni derivanti dalla circolazione di veicoli e natanti la competenza per valore è mutata dai €20.000,00 ad €0000,00 ;
  • Il giudice di pace sarà altresì competenze, qualunque ne sia il valore:
  • Per le cause relative all’apposizione di termini;
  • Per tutte le cause in materia di condominio;

La competenza è stata inoltre estesa, con l’aggiunta di ben 9 commi (da 3-ter a 3-undecies), alle controversie in materia di:

  • Distanze nelle piantagioni e scavi, e dei muri, fossi e siepi interposti tra i fondi, con esclusione delle distanze nelle costruzioni che restano di competenza del Tribunale ordinario ( 7, co. 3-ter c.p.c.);
  • Distanze delle luci e delle vedute, con eccezione delle controversie relative alle 905 c.c. (distanza per l’apertura di vedute dirette e balconi), 906 c.c. (distanza per l’apertura di vedute laterali ed oblique) e c (distanza delle costruzioni dalle vedute) (art.7, co. 3-quater c.p.c.);
  • Stillicidio e di acque ( 7, co. 3-quinquies c.p.c.);
  • Occupazione e invenzione ( 7, co. 3-sexies c.p.c.);
  • Specificazione, unione e commistione ( 7, co. 3-septies c.p.c.);
  • Enfiteusi ( 7, co. 3-octies c.p.c.);
  • Esercizio delle servitù prediali ( 7, co. 3-nonies c.p.c.);
  • Impugnazione del regolamento e delle deliberazioni ex artt. 1107 e 1109 c.c. ( 7, co. 3-decies c.p.c.);
  • Diritti e obblighi del possessore nella restituzione della cosa ( 7, co. 3-undecies. c.p.c.).

È stato inoltre aggiunto un quarto comma all’art. 7 c.p.c.,  in virtù del quale il giudice di pace è altresì competente, purchè il valore della controversia non sia superiore a €30.000,00:

  • Per le cause di usucapione dei beni immobili e dei diritti reali immobiliare;
  • Per le cause in materia di riordinamento della proprietà rurale;
  • Per le cause in materia di accessione e superficie.

Nel caso in cui siano proposte contro la stessa persona cause che appartengono sia alla competenza del Giudice di Pace che alla competenza del Tribunale, la cognizione di entrambe spetta al Tribunale ordinario.

La riforma ha colpito anche l’art. 113, comma 2, c.p.c. il quale prevede  il giudice di pace possa decidere con equità le controversie il cui valore non superi  Euro 2.500,00. Ad oggi il valore previsto è di €1.100,00.

In materia di pignoramento, il nuovo art. 15-bis c.p.c. attribuisce al giudice di pace l’espropriazione forzata di beni mobili, restando del Tribunale ordinario la competenza per l’espropriazione forzata di cose immobili e crediti, la consegna e il rilascio di cose nonché l’esecuzione forzata degli obblighi di fare e non fare. Il Tribunale ordinario è altresì competente nel caso in cui i beni mobili sono soggetti ad espropriazione insieme ai beni immobili in cui si trovano.

Alla luce di quanto detto, agli artt. 518, co 6 c.p.c., 519 co. 1 c.p.c., 520 co. 1 c.p.c. e 521-bis co. 5 c.p.c., inerenti il pignoramento mobiliare, la parola tribunale sarà sostituita dalla locuzione giudice di pace.

La stessa modifica verrà operata alle norme disciplinanti i procedimenti relativi all’apertura delle successioni (Artt. 763 co.1, 764 co 1, 765 e 769 c.p.c.).

Tale riforma si ripercuote ovviamente anche sulle disposizioni del codice civile (artt. 485, 620, 621, 736, 1211, 1514, 1515 e 1841 c.c.) e delle disposizioni per l’attuazione del codice civile ( artt. 57, 57-bis, 60 -bis, 60-ter, 64, 77,79) relativi alle materie supra indicate, nelle quali la parola tribunale  sarà sostituita da “giudice di pace” a cui è stata attribuita la competenza per l’esercizio delle azioni indicate nelle richiamate disposizioni.

Come già anticipato, tali disposizioni entreranno in vigore tra il 2021 e il 2025, differentemente dalle disposizioni di cui agli artt. 11-13 che sono vigenti dal 15.08.2017. Tali norme prevedono la possibilità che al giudice di pace possa essere assegnata la trattazione di procedimenti civili e penali di competenza del tribunale. Inoltre, nei casi di assenza o impedimento temporaneo del magistrato professionale, il giudice onorario di pace può essere destinato, in presenza di specifiche esigenze di servizio, a compiti di supplenza, anche nella composizione dei collegi, del magistrato assente o impedito, sebbene non ricorrano le condizioni per l’assegnazione ai procedimenti civili e penali.

Tale riforma è stata emanata dal legislatore allo scopo di diminuire il contenzioso innanzi al Tribunale ordinario. Tra 8 anni sapremo effettivamente se avrà raggiunto il suo scopo!

Riferimenti normativi: d.lgs. 116/2017 convertito in l.n. 177/2017

A cura dell’Avv. Michele De Stefano, pubblicato su Altalex il 09/06/2017

Tra i casi nei quali è ammessa la revisione della sentenza penale di condanna rientra la sopravvenienza o la scoperta, dopo la condanna, di nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto (art. 630, lett. c, c.p.p.).

Si discute se tra le nuove prove rientri anche la questione relativa alla procedibilità del reato (a querela o d’ufficio): è ammessa la revisione in caso di condanna per un reato perseguibile a querela di parte quando quest’ultima non sia stata stata proposta?

A questa domanda risponde la Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale, con la sentenza 5 aprile 2017, n. 17170.

E’ noto che ai sensi dell’art. 629 e ss c.p.p., la domanda di revisione costituisce mezzo di impugnazione straordinario della sentenza. Tale domanda si propone presso la Corte d’Appello competente ex art. 11 c.p.p., al ricorrere dei presupposti indicati dalla legge, tra cui la sopravvenienza di “nuova prove” che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato va prosciolto.

Di recente si è tornata ad occupare della questione la Corte di Cassazione, che si è così pronunciata: “L’istituto della revisione, nella sua formulazione attuale, comprende, pertanto, anche il caso in cui il condannato debba essere assolto perchè l’azione penale non avrebbe potuto essere iniziata (o proseguita), per cui la revisione è consentita anche qualora venga a risultare che il fatto per il quale era stata riportata condanna costituisce reato perseguibile a querela di parte e la querela non sia stata proposta (o sia stata rimessa e la remissione sia stata ritualmente accettata)”.

Così affermando ed uniformandosi ad altri precedenti in termini, con la Sentenza n. 17170 del 5 aprile 2017 la Suprema Corte ha dunque positivamente risolto la questione per cui la procedibilità del reato rientra nel concetto di “nuova prova” che legittima la revisione di una sentenza ex artt. 630-631 c.p.p.

Con tale pronuncia, infatti, i Supremi Giudici hanno annullato una sentenza della Corte di Appello di Genova la quale aveva invece dichiarato inammissibile la richiesta di revisione della decisione di primo grado ritenendo che il difetto di procedibilità non poteva considerarsi “prova nuova”.

La tesi della Corte d’Appello non è stata condivisa dalla Suprema Corte proprio in base al passo trascritto ad inizio del presente articolo, ove appunto si rilevava che l’attuale istituto della revisione si applica anche in ipotesi di iniziale o sopravvenuta mancanza della procedibilità.

A fondamento della decisione, il Supremo Consesso ha peraltro richiamato due proprie precedenti decisioni delle quali, ai fini dell’argomento qui trattato, appare quanto mai interessante la prima e più risalente. Ivi si era infatti affermata l’ammissibilità della richiesta di revisione anche allorchè la remissione di querela intervenga dopo la pronuncia della sentenza e prima del passaggio in giudicato della stessa (Cass. Sez. 5, n. 95 del 28/02/1995).

Sulla scorta di tale ragionamento, con la sentenza in commento la Suprema Corte ha dunque chiarito, senza dar spazio a dubbi interpretativi, che alla procedibilità del reato va data rilevanza sostanziale e non soltanto formale, derivandone che la stessa questione di procedibilità ben può rientrare nel thema decidendum del procedimento.

Riferimento giurisprudenziale: Cassazione penale, sez. IV, sentenza 05/04/2017 n° 17170

a cura dell’Avv. Salvatore Celso

 

Non tutti i reati seguono lo stesso iter processuale e in particolare per alcuni è prevista la celebrazione dell’udienza preliminare, mentre per altri è previsto che si proceda con la citazione diretta a giudizio, art. 550 cpp.

Per quanto riguarda la persona offesa dal reato tale distinzione esplica a rigor di codice e nella prassi effetti diversi.

Con particolare riguardo ai diritti e alle facoltà previste dall’art. 468 cpp ed in particolare alla facoltà di depositare una propria lista testi(entro il termine di almeno sette giorni prima dell’udienza) si osserva quanto segue.

Nei casi di udienza preliminare la persona offesa può costituirsi parte civile in tale sede (ma anche direttamente all’udienza dibattimentale perdendo però le facoltà di cui all’art. 468. cpp) e pertanto godere, dal momento stesso della costituzione di tutte le prerogative riconosciute alle parti processuali e nello specifico anche quella di presentare entro 7 giorni prima dell’udienza dibattimentale una propria lista testi.

Nel caso invece di citazione diretta, la persona offesa, per assumere la qualità di parte anteriormente alla prima udienza dibattimentale, deve necessariamente costituirsi parte civile fuori udienza, altrimenti perderebbe alcune facoltà riconosciute solo alle parti e nello specifico la possibilità di  depositare una propria lista testi.

Ciò accade perché essendo previsto quale termine ultimo per il deposito della lista , 7 giorni prima del giorno in cui è fissata la prima udienza, la persona offesa che si costituirà parte civile il giorno dell’udienza, non sarà ancora parte processuale allo spirare del termine di deposito della lista ai sensi dell’art. 468 cpp.

Il nostro codice di procedura penale però, all’art. 90 prevede la facoltà per la persona offesa di poter depositare in ogni stato e grado del procedimento (escluso il giudizio di cassazione),  memorie ed indicare mezzi prova.

Analizzando il testo della norma appare chiaro che con il termine mezzi di prova debba intendersi anche l’indicazione di testimoni.

Alla luce di ciò è legittimo chiedersi se la persona offesa che intenda costituirsi parte civile il giorno dell’udienza, possa o meno depositare una lista testi ai sensi dell’art. 90 nel termine di 7 giorni prima dell’udienza e, una volta costituitasi parte civile il giorno dell’udienza, chiederne l’ammissione al momento delle richieste istruttorie.

A parere di chi scrive è evidente che il legislatore abbia voluto riconoscere tale facoltà con la formula ampia che utilizza nell’art. 90, ma tale interpretazione è divenuta anche orientamento costante della Suprema Corte, la quale ne ha più volte ribadito la correttezza.

A tal proposito si propone di seguito una rassegna giurisprudenziale che potrà meglio suffragare il suesposto ragionamento.

Cass. pen. Sez. VI, 25/11/2010, n. 43211 (rv. 248828)

Nel rito a citazione a diretta la persona offesa non ancora costituitasi parte civile può validamente assolvere l’onere di presentazione della lista testimoniale mediante il deposito, prima del termine di sette giorni antecedenti l’udienza, di una memoria ai sensi dell’art. 90 cod. proc. pen.

Cass. pen. Sez. VI, 23/11/2011, n. 797

In tema di diritti e facoltà della persona offesa è ammissibile la richiesta di testi, mediante il deposito della relativa lista, da parte della persona offesa costituitasi fuori dell’udienza, in data antecedente la notifica della dichiarazione di costituzione di parte civile, in quanto tale richiesta è compresa nella facoltà di indicazione di elementi di prova di cui all’art. 90 c.p.p..

Cass. pen. Sez. IV, 14/01/2011, n. 4372 (rv. 249751)

La persona offesa che si costituisca parte civile fuori udienza ha la facoltà di depositare la lista testimoniale prima della notificazione della dichiarazione di costituzione, e quindi ha il diritto, una volta costituita, all’ammissione delle prove testimoniali ivi indicate.

Cass. pen. Sez. V, 08/06/2005, n. 28748 (rv. 232297)

In tema di diritti e facoltà della persona offesa, è ammissibile la richiesta di testi, mediante il deposito della relativa lista, da parte della persona offesa, costituitasi fuori dell’udienza, in data precedente la notifica della dichiarazione di costituzione di parte civile, in quanto tale richiesta è mcompresa nella facoltà di indicazione di elementi di prova di cui all’art. 90 cod. proc. pen., con la conseguenza che la persona offesa dal reato, divenuta parte processuale a mezzo dell’atto di costituzione di parte civile, può certamente avvalersi del mezzo di prova già proposto, senza necessità di ripresentare la lista testimoniale già depositata in tempo utile rispetto a quello indicato dall’art. 468, comma primo, cod. proc. pen., mentre gli effetti della costituzione di parte civile, formalizzata fuori udienza riguardano, ai sensi dell’art. 78, comma secondo, cod. proc. pen., l’instaurazione del contraddittorio civile nella sede penale.

Il positivo risvolto pratico, che riverbera sulla persona offesa tale opportunità, sarà per gli addetti ai lavori di pronta comprensione.

E’assolutamente innegabile il risparmio in termini di dispendio di energie, di denaro e di tempo. La costituzione fuori udienza, fatta al solo fine di poter depositare una propria lista testi,infatti, comporta la necessità di depositare l’atto di costituzione in cancelleria, di ottenere, pagando i diritti, le copie con le attestazioni da parte del cancelliere e di procedere, sempre a proprie spese, alla notifica dell’atto all’imputato.

Tali adempimenti, attraverso il deposito di memorie e lista testi ai sensi dell’art. 90, potranno agevolmente essere evitati garantendo così di ridurre al minimo i disagi per chi è già vittima di un reato.

Giurisprudenza: Cass. pen. Sez. VI, 25/11/2010, n. 43211 (rv. 248828); Cass. pen. Sez. VI, 23/11/2011, n. 797; Cass. pen. Sez. IV, 14/01/2011, n. 4372 (rv. 249751); Cass. pen. Sez. V, 08/06/2005, n. 28748 (rv. 232297)

A cura di Erika Damiani

Le tipologie di danno per cui è possibile richiedere il risarcimento alla compagnia assicuratrice sono:

1) DANNO PATRIMONIALE, in entrambe le sue componenti: DANNO EMERGENTE e LUCRO CESSANTE. Nella prima voce vi rientrano, ad esempio, le spese funerarie (Cass. pen. n. 5471/09; Cass.n.17962/14; Trib. Mantova sent.n. 8.11.2005), le spese sostenute per le riparazioni dei mezzi coinvolti o la demolizione degli stessi (Cass. Sent. n. 11899/2016); il secondo si riferisce al mancato apporto economico del defunto al bilancio familiare, e si riconosce a quei superstiti che avevano con il de cuius rapporti economici attivi. Essendo difficile stabilire concretamente il quantum, tale forma di danno viene nella maggior parte dei casi liquidata in via equitativa dal giudice. Secondo gli Ermellini “ (…) Infatti in sede di liquidazione equitativa del lucro cessante, ai sensi degli articoli 2056 e 1226 c.c., cio’ che necessariamente si richiede è la prova, anche presuntiva, della sua certa esistenza, in difetto della quale non vi è spazio per alcuna forma di attribuzione patrimoniale, attenendo il giudizio equitativo solo all’entità del pregiudizio medesimo, in considerazione dell’impossibilità o della grande difficoltà di dimostrarne la misura (Cass. n. 11968/2013)” (Cass. n. 4892 del 14.03.2016). Per quantificare nella misura più precisa possibile il lucro cessante, e ai fini probatori dello stesso, si deve tener conto di diversi fattori (Trib. Roma sent. n. 20396 del 26.10.2012), quali:

  • Situazione di convivenza (vd anche Cass. Civ. n.4253/2012);
  • Situazione economica superstite (Cass. n. 4379 del 7.3.2016; Corte D’Appello di Milano sent.n. 122/2013);
  • Continuità e stabilità dell’apporto del de cuius. (Cass. n. 4379 del 7.3.2016).

Come già anticipato, essendo un danno suscettibile di una valutazione equitativa da parte del giudice, esaminando la giurisprudenza in materia si sono rinvenute differenti modalità di liquidazione del danno da lucro cessante.

Secondo l’insegnamento della S.C, ripreso poi da alcuni Tribunali di merito, è possibile liquidare il danno esame così come segue:

– Sommando e rivalutando (in base all’indice FOI elaborato dall’Istat vigente pro tempore) i redditi già perduti dal momento del sinistro fino alla data odierna;

– capitalizzando, in base ad un coefficiente per la costituzione delle rendite temporanee, i redditi che gli aventi diritto avrebbero percepito a partire dalla data odierna, e sino al momento in cui l’erogazione sarebbe verosimilmente cessata, momento che, per quanto si è detto, coincide con il momento di presumibile raggiungimento dell’indipendenza economica (Cass. 11-6-1998 n. 5795, in Foro it., 1998, I, 2829; Cass. 18.11.1997 n. 11439, in Riv. giur. circ. trasp., 1998, 58; Cass. 28-11-1988 n. 6403, in Foro it. Rep., 1988, Danni civili, 155, vd anche Trib. Roma Sez. 13, 4.2.2005).

Un’altra modalità di calcolo si rinviene nella sentenza n. 1229 del 15.3.2016 del Tribunale di Salerno, nella quale l’organo giudicante ha utilizzato la seguente formula:

R x C x Y% – D     dove

R= Reddito lavorativo annuo o il triplo della pensione sociale

C= coefficiente di capitalizzazione di cui al R.D. 1403/1922 (il quale deve essere aggiornato dal giudice in sede di quantificazione)

Y%= percentuale di flessione del reddito

D= scarto tra vita fisica e vita lavorativa

Nel caso di specie:

R= Rn=107.296,44 – 39.307,47 – 2.410,01 – 595,51= 64.983,45

Y%= è pari ad 1 essendo il defunto lavoratore dipendente e non subendo così alcuna flessione

D= 45/66= 0,68

Una terza formula per la quantificazione del danno in esame si rinviene in una pronuncia del Tribunale di Padova (sentenza n. 767 del 9.4.2010) il quale ha liquidato il danno in esame, tenendo in considerazione i seguenti fattori:

  • Reddito al netto di imposta (Rn), il quale si ottiene sottraendo al reddito lordo l’addizionale regionale e comunale all’Irpef;
  • Quota di spettanza del defunto (Q)
  • Coefficiente di sopravvivenza ex R.D 22/ (C )

Ottenendo la seguente formula

(Rn-Q)*C

Il calcolo dell’ammontare del lucro cessante può essere ricondotto, a rigor di logica, anche alla seguente formula:

L= S x Vm

L= lucro cessante

S= ammontare che il superstite riceveva dal defunto

Vm= Vita media del superstite

N.B.  Nel determinare la vita media del superstite non si deve eccedere nella stima, al fine di non cagionare un ingiusto arricchimento dello stesso. Per tale motivo si consiglia di fare riferimento ai dati ISTAT riguardanti la durata media della vita di persone di sesso maschile e femminile in Italia. Inoltre, secondo la Suprema Corte (Cass. sent. n. 28.8.2009 n. 18800) nella quantificazione del mancato apporto il giudice deve tener conto di tutti quei contribuiti che il de cuius effettuava e che concernevano le spese fisse della gestione familiare e cioè di quelle spese che non subiscono una contrazione anche dopo la morte del de cuius (es. canone di locazione, imposte, tributi; non vi rientrano le spese alimentari).

Le voci che andremo di seguito ad analizzare appartengono tutte alla categoria del danno non patrimoniale. Secondo la Suprema Corte di Cassazione “il nostro ordinamento positivo conosce e disciplina (soltanto) la duplice fattispecie del danno emergente e del lucro cessante (articolo 1223 c.c.) e quella del danno patrimoniale e del danno non patrimoniale (articolo 2059 c.c.). La natura unitaria del danno non patrimoniale, espressamente predicata dalle sezioni unite di questa Corte, deve essere intesa, secondo tale insegnamento, come unitarieta’ rispetto alla lesione di qualsiasi interesse costituzionalmente rilevante non suscettibile di valutazione economica (Cass. ss.uu. 26972/2008). Natura unitaria sta a significare che non v’e’ alcuna diversita’ nell’accertamento e nella liquidazione del danno causato dalla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, sia esso costituito dalla lesione alla reputazione, alla liberta’ religiosa o sessuale, piuttosto che a quella al rapporto parentale. Natura onnicomprensiva sta invece a significare che, nella liquidazione di qualsiasi pregiudizio non patrimoniale, il giudice di merito deve tener conto di tutte le conseguenze che sono derivate dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilita’, onde evitare risarcimenti cd. bagattellari (in tali termini, del tutto condivisibilmente, Cass. 4379/2016)” ( Cass. n. 7766 del 20.4.2016).

2)DANNO DA MORTE nella forma del DANNO BIOLOGICO TERMINALE: esso si verifica quando tra il momento in cui sono state cagionate le lesioni e l’evento morte è intercorso un apprezzabile lasso di tempo. In questi casi il danno alla SALUTE per inabilità temporanea viene considerato massimo sia nell’entità che nell’intensità (Cass. n.18163/2007).

Ai fini della liquidazione del danno in esame, si richiama la sentenza della Cassazione n.23183/14 nella quale, conformemente alle sentt. nn. 18163/07 e 1877/06, si dichiara che “seppur temporaneo tale danno è massimo nella sua entità e intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte”, evidenziando la necessità di tener conto di “fattori di personalizzazione” ed escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso “la meccanica applicazione dei criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso”. Gli Ermellini hanno asserito, nella medesima pronuncia, che in caso di sinistro mortale, al quale sia conseguito il decesso non immediato della vittima, “il danno terminale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico) e che, mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura particolare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro – puntualmente sempre correlato alle circostanze del caso – che sappia tener conto dell’enormità del pregiudizio”. In conclusione “moltiplicando il valore unitario del danno biologico per la percentuale del 100%, si omette di considerare l’ontologica temporaneità del danno biologico terminale, sostanzialmente riconoscendo, in contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte, un danno da perdita della vita(conformi Cass. sent.n. 8055 del 21.4.16; Cass. sent. n. 13255 del 28.6.2016; Cass. sent. n. 20922 del 17.10.2016). Ed ancora “ Nell’ipotesi di morte avvenuta in conseguenza e successivamente alle lesioni riportate durante un sinistro stradale, la richiesta di risarcimento del danno presentata dagli eredi del defunto (c.d. danno terminale) va accolta in quanto costituente, pacificamente, un pregiudizio no patrimoniale trasmissibile iure hereditatis, dovendosi disattendere nel caso di specie, il rilievo per cui il riconoscimento del danno biologico presuppone la permanenza in vita del soggetto leso. (….) laddove sussista un apprezzabile lasso di temporale tra lesioni e morte da esse causata – a prescindere dalla sussistenza o meno del c.d. danno catastrofico ( coscienza da parte del soggetto leso della ineluttabilità del danno patito)- è senza dubbio configurabile un danno biologico risarcibile, commisurato soltanto all’inabilità temporanea del defunto ma da liquidarsi in maniera adeguata alle circostanze del caso concreto (danno di massima entità e intesità)” (Cass. n. 15395 del 26.7.2016). Ed infine “ Per converso, in ipotesi di morte cagionata dalla lesione, allorquando come nella specie tra le lesioni colpose e la morte intercorra “un apprezzabile lasso di tempo” (nel caso 10 giorni), è invero risarcibile il danno biologico terminale (v. Cass. 28.8.2007, n. 18163) e “per il tempo di permanenza in vita” (v. Cass., 16/5/2003, n. 7632), il diritto di credito al relativo risarcimento essendo quindi trasmissibile iure hereditatis (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549; Cass., 1/2/2003, n. 18305; Cass., 16/6/2003, in 9620; Cass., 14/3/2003, n. 3728; Cass., 2/4/2001, n. 4783Cass., 10/2/1999, n. 1131Cass., 29/9/1995, n. 10271). Diversamente dal danno morale terminale, il danno biologico terminale, quale pregiudizio della salute che anche se temporaneo è massimo nella sua entità ed intensità (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549) in quanto conduce a morte un soggetto in un sia pure limitato ma apprezzabile lasso di tempo (v. Cass., 23/2/2005, n. 3766), si è ravvisato come “sempre esistente”, per effetto della “percezione”, anche “non cosciente”, della gravissima lesione dell’integrità personale della vittima nella fase terminale della sua vita (v. Cass., 28/8/2007, n. 18163). (…..) lo stato di lucidita’ nel breve lasso temporale intercorso tra l’incidente ed il decesso” della vittima, che costituisce invero il presupposto del diverso danno morale terminale, laddove il danno biologico terminale si fonda sul differente presupposto della persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, che si e’ da questa Corte ravvisato sussistere in ipotesi di sopravvivenza pure per pochi giorni, e addirittura di un giorno (v. Cass., 23/2/2004, n. 3549, in motivaz.), e quindi per un periodo di tempo inferiore a quello come nella specie protrattosi per 10 giorni (cfr. Cass., 31/10/2004, n. 23183; Cass., 16/5/2003, n. 7632), irrilevante al riguardo essendo la circostanza che durante tale periodo la vittima abbia mantenuto uno stato di lucidita‘”. ( Cass. n. 21060 del 19.10.2016).

Il Tribunale di Milano ha elaborato, nell’anno corrente, delle tabelle di liquidazione del danno terminale, le quali sono comprensive della componente biologica temporanea e contengono un riferimento all’aumento personalizzato che si basa sullo stato di lucidità della vittima e non del lasso di tempo in cui l’agonia si protrae, dal momento che deve considerarsi patimento di massima entità la consapevolezza del sopraggiungere della fine.

Questa tipologia di danno richiede la sussistenza di un apprezzabile lasso di tempo, non solo inteso come tempo intercorrente tra l’evento lesivo e la morte, ma anche come lasso temporale che consenta all’individuo di prendere consapevolezza di ciò che gli sta per accadere. L’assenza di questa presa di coscienza impedisce il riconoscimento del danno biologico terminale, con la conseguenza che verrà risarcito il solo DANNO BIOLOGICO c.d. “ORDINARIO”, il quale viene liquidato secondo le tabelle relative all’invalidità temporanea.

3)DANNO DA PERDITA PARENTALE e DANNO MORALE. Per quest’ultimo può esserne richiesto il risarcimento nei soli casi previsti dalla legge e da coloro che ne sono legittimati a causa della sofferenza e del perturbamento conseguenti alla morte del congiunto. Per quanto attiene alla quantificazione del danno da perdita parentale, questa viene effettuata tenendo conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore utile circostanza idonea a comprovare l’intensità del legame con il de cuius. Si tratta di elementi che incidono altresì sulla liquidazione del danno morale, tanto che dal 2008, a seguito della giurisprudenza della Suprema Corte, le due tipologie di danno suddette vengono liquidate in un’unica voce. Secondo i Giudici della Cassazione ciò è dovuto al fatto che “Ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale da perdita di persona cara, costituisce indebita duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale – non altrimenti specificato – e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita, e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita, altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ma unitariamente ristorato” (Cass. n. 25351 del 17.12.2015).

RIFERIMENTI NORMATIVI: art. 2043 c.c., art. 2056 c.c., art. 2727 c.c.

GIURISPRUDENZA: Trib. Mantova sent.n. 8.11.2005; Trib. Roma Sez. 13, 4.2.2005; Cass. n.18163/2007; Cass. S.U. 11/11/08, n. 26772; Cass. n. 28423/08; Cass. pen. N. 5471/09; Cass. n. 458/2009; Cassazione Civile, sez. III, sentenza 28/08/2009 n° 18800; Trib. Milano sent. 10733/2014; Cass.n.17962/14; Cass. sent.n. 12923/15 Cass. S.U. 22/07/15 n. 15350; Cass. n. 4379 del 7.3.2016; Cass. Sent. n. 9367 del 10.5.2016; Cass. Sent. n. 11899/16; Cass. sent.n. 8055 del 21.4.16; Cass. sent. n. 13255 del 28.6.2016; Cass. n. 15395 del 26.7.2016 Cass. sent. n. 20922 del 17.10.2016; Cass. n. 21060 del 19.10.2016.

di Erika Damiani

La prescrizione è un istituto giuridico che riguarda gli effetti dello scorrere del tempo, il cui decorso nell’ambito del diritto penale determina l’estinzione del reato, salvo eccezioni stabilite dalla legge.

Per calcolare i termini di prescrizione nel reato penale deve farsi riferimento all’art. 157 c.p. in base al quale “la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilito dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione” (comma 1). La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche se come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti.

Al secondo comma invece chiarisce i criteri per la determinazione del tempo a prescrivere si ha riguardo:

  • Alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato;
  • Non si tiene conto delle circostanze attenuanti o aggravanti, fatta eccezione per quelle per cui la legge prevede una pena diversa da quella ordinaria (es: la premeditazione nell’omicidio determina non più la pena della reclusione ma quella dell’ergastolo) e per quelle ad effetto speciale (cono quelle circostanze attenuanti o aggravanti che determinano la diminuzione o l’aumento della pena oltre 1/3), nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’aggravante;

Se per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, il tempo necessario a prescrivere si determina con esclusivo riferimento alla pena detentiva (3° comma);

Se la legge prescrive pene diverse da quella detentiva o pecuniaria il termine è di 3 anni (4° comma);

I termini determinati nelle suddette modalità sono raddoppiati:

  • Per i delitti colposi di danno (art. 449);
  • Per i casi di omicidio colposo se il fatto è commesso in violazione delle norme del codice della strada o delle norme previste per la prevenzione degli infortuni (art. 589, II-III-IV comma);
  • Per i reati di cui all’art. 51 comma 3 bis e comma 3 quarter c.p.p;
  • Per i delitti contro l’ambiente di cui al titolo VI bis del Libro II;
  • Per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi (art. 572 c.p);
  • Dei delitti contro la personalità individuale di cui alla sezione I, Capo III, titolo XII Libro II del c.p;
  • Per i reati di cui agli articoli 609 bis (violenza sessuale), 609 quarter (Atti sessuali con minorenni), 609 quinquies (Corruzione di minorenne) e 609 octies (violenza sessuale di gruppo), fatta salva la sussistenza delle circostanze attenuanti contemplate dal terzo comma dell’art. 609 bis ovvero dal quarto comma dell’art. 609 quarter;

ESEMPIO:

delitto di lesione colpose: tale reato è punito dall’art. 582 c.p. il quale prevede pena alla reclusione dai 3 mesi ai 3 anni. Ora in base al comma 1 dell’art. 157 dovrebbe tenersi conto del massimo edittale e cioè 3 anni. Ma lo stesso comma ci dice che per i delitti comunque il termine di prescrizione non può essere inferiore a 6 anni. Quindi nel caso in cui si compia il delitto de quo il termine di prescrizione è di 6 anni il quale deve essere aumentato di ¼ a causa dell’operatività delle cause di sospensione o interruzione della prescrizione (si veda l’art. 161 c.p.)

Termine di prescrizione= 6 anni + ¼ di 6 anni= 7 anni e mezzo.

Ovviamente si tratta di un esempio relativo ad un caso semplice in cui non concorrono circostanze specifiche.

TERMINI DI DECORRENZA DELLA PRESCRIZIONE (art. 158 c.p.)

I termini di decorrenza della prescrizione sono diversi a seconda della tipologia del reato commesso. Infatti il termine di prescrizione decorre:

  • Per il reato consumato: dal giorno della consumazione;
  • Per il reato tentato: dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole;
  • Per il reato permanente o continuato: dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione;
  • Per i reati punibili a querela, istanza o richiesta: dal giorno del commesso reato;

Se la punibilità del reato dipende dal verificarsi di una condizione, la prescrizione inizia a decorrere dal giorno in cui la condizione si è verificata.

SOSPENSIONE DEL CORSO DELLA PRESCRIZIONE (art. 159 c.p.)

I casi di sospensione della prescrizione sono indicati all’art. 159 c.p. in base al quale il corso della prescrizione è sospeso:

  • In ogni caso in cui la sospensione del procedimento o del processo penale o dei termini di custodia cautelare sia imposto da una particolare disposizione di legge,

e oltre i casi di:

  • Autorizzazione a procedere: in tale caso la prescrizione si sospende dal momento in cui il pubblico ministero presenta la richiesta. La prescrizione riprende a decorrere dal momento dal giorno dell’accoglimento della richiesta;
  • Deferimento della questione ad altro giudizio;
  • Sospensione del procedimento o del processo per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori, ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore;
  • Sospensione del procedimento penale per assenza dell’imputato ex art 420 quarter c.p.p. La sospensione in quest’evenienza non può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà nei casi di cui all’art. 99, II comma, di due terzi nei caso dell’art. 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli art. 102,103,105 (art. 161 c.p.).

Ai sensi del primo comma dell’art. 161 c.p. gli effetti della sospensione della prescrizione hanno effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato.

INTERRUZIONE DEL CORSO DELLA PRESCRIZIONE (art.160 c.p.)

Il corso della prescrizione è interrotto:

  • Dalla sentenza di condanna o dal decreto di condanna;
  • Dall’ordinanza di applicazione misure cautelari, convalida del fermo o arresto;
  • Dall’interrogatorio reso davanti al p.m;
  • Dall’invito a presentarsi ex art. 375 c.p.p.;
  • Dal decreto di fissazione dell’udienza in camera di consiglio per decidere sull’archiviazione;
  • dalla richiesta di rinvio a giudizio;
  • dal decreto di fissazione dell’udienza preliminare;
  • dall’ordinanza che dispone il rito abbreviato;
  • dal decreto di fissazione dell’udienza per la decisione sulla richiesta di applicazione della pena;
  • dalla presentazione o la citazione per il giudizio direttissimo;
  • dal decreto che dispone il giudizio;
  • dal decreto di citazione a giudizio;

La prescrizione interrotta inizia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione. Se gli atti interruttivi sono plurimi, la prescrizione decorre dall’ultimo di essi. I termini non possono essere prolungati oltre i termini di cui al secondo comma dell’art. 161 c.p. e cioè l’interruzione non può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà nei casi di cui all’art. 99, II comma, di due terzi nei caso dell’art. 99, quarto comma, e del doppio nei casi di cui agli art. 102,103,105.

Ai sensi del primo comma dell’art. 161 c.p. gli effetti dell’interruzione della prescrizione hanno effetto per tutti coloro che hanno commesso il reato.

Riferimenti normativi: art. 157 c.p. ; art. 158 c.p.; art. 159 c.p.; art. 160 c.p.; art.161 c.p.; art. 582 c.p..

di Erika Damiani

In materia di vendita è possibile distinguere due tipologie di rapporti:

  • I rapporti tra professionisti (c.d. business to business o B2B), i quali sono soggetti alla disciplina del codice Civile;
  • I rapporti tra professionisti e consumatori (d. business to consumer o B2C), i quali rinvengono una loro espressa normativa nel codice del consumo, il quale richiama, per quanto non espressamente disciplinato, le norme del c.c. in materia di vendita (art. 135, comma 2 c.d.c.)

In tale settore, sia il codice civile che il codice del consumo disciplinano, con qualche importante sfumatura, due tipologie di garanzia: la garanzia legale e convenzionale.

1) LA GARANZIA LEGALE.

Con riferimento ai rapporti B2B essa è disciplinata all’art. 1490 c.c., rubricato “Garanzia per I vizi della cosa venduta”, in base al quale “il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendono inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore”.

Nei rapporti B2C, la disciplina si rinviene all’art. 129 cdc (Conformita’ al contratto) in base al quale “Il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita”. Affinché i beni possano essere considerati tali è necessario che:

  1. a) siano idonei all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo;
    b) siano conformi alla descrizione fatta dal venditore e possiedono le qualità del bene che il venditore ha presentato al consumatore come campione o modello;
    c) presentino la qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi, tenuto conto della natura del bene e, se del caso, delle dichiarazioni pubbliche sulle caratteristiche specifiche dei beni fatte al riguardo dal venditore, dal produttore o dal suo agente o rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull’etichettatura;
    d) siano altresì idonei all’uso particolare voluto dal consumatore e che sia stato da questi portato a conoscenza del venditore al momento della conclusione del contratto e che il venditore abbia accettato anche per fatti concludenti.

2) GARANZIA CONVENZIONALE

La garanzia legale per i vizi della cosa venduta può con apposita clausola contrattuale essere modificata in modo da aumentare o diminuire la garanzia medesima” (Cass. n. 8578/97),

  • Nei rapporti B2B

L’art. 1487 c.c. prevede che “I contraenti possono aumentare o diminuire gli effetti della garanzia e possono altresì pattuire che il venditore non sia soggetto a garanzia alcuna”. Tale disposizione sta a significa che i contraenti possono liberamente pattuire condizioni di garanzia diverse e, in casi estremi, possono addirittura stabilire che alcuna garanzia è dovuta. Tuttavia, secondo gli Ermellini, una clausola di esclusione o riduzione dei diritti di garanzia legale, tuttavia, dovrebbe essere espressamente pattuita e sottoscritta con doppia firma ai sensi dell’art. 1341 codice civile, in quanto chiaramente, radicalmente riduttiva dei diritti dell’acquirente (Cass. 23.03.1993 n. 3418; 8.10.1976 n. 3345; 22.11.1982, n. 6011). All’esclusione totale della garanzia vi è comunque un limite: ai sensi del comma 2 dell’art. 1487 c.c “il venditore è sempre, tenuto per l’evizione derivante da un fatto suo proprio. È nullo ogni patto contrario”.

  • Nei rapporti B2C

In tali rapporti la garanzia convenzionale è disciplinata all’art. 133 del codice del consumo, secondo il qualeLa garanzia convenzionale vincola chi la offre secondo le modalità indicate nella dichiarazione di garanzia medesima o nella relativa pubblicità; il secondo comma descrive il contenuto della suddetta garanzia prevedendo che essa contenga:
a) la specificazione che il consumatore è titolare dei diritti previsti dal presente paragrafo e  l’indicazione che la garanzia medesima lascia impregiudicati tali diritti;
b) in modo chiaro e comprensibile l’oggetto della garanzia e gli elementi essenziali necessari per farla valere, compresi la durata e l’estensione territoriale della garanzia, nonché’ il nome o la ditta e il domicilio o la sede di chi la offre.

A differenza però di quanto accade nei rapporti tra professionisti, il codice del consumo prevede, all’art. 134, la nullità di ogni patto volto ad escludere o limitare i diritti riconosciuti a consumatore

COSA ACCADE IN CASO DI VIOLAZIONE DELLA GARANZIA?

  • NEI RAPPORTI B2B.

Ai sensi dell’art. 1492 c.c. “Nei casi indicati dall’articolo 1490 il compratore può domandare a sua scelta la risoluzione del contratto ovvero la riduzione del prezzo, salvo che, per determinati vizi, gli usi escludano la risoluzione. (…) Se la cosa consegnata è perita in conseguenza dei vizi, il compratore ha diritto alla risoluzione del contratto; se invece è perita per caso fortuito o per colpa del compratore, o se questi l’ha alienata o trasformata, egli non può domandare che la riduzione del prezzo

Inoltre, In virtù dell’art. 1494 c.c “il venditore è tenuto verso il compratore al risarcimento del danno, se non prova di avere ignorato senza colpa i vizi della cosa”. L’azione di risarcimento si prescrive a decorrere dalla consegna del bene venduto (Cass.n. 2797/08)

Termini per la denuncia: in base a quanto disposto dall’art. 1495 c.c. l’acquirente deve denunciare il vizio entro otto giorni dalla scoperta (pena la decadenza dal diritto alla garanzia). La garanzia può essere fatta valere per un anno dalla consegna. Secondo la Cassazione (sent. n. 26967/11) la prescrizione annuale decorre indipendentemente dalla scoperta del vizio.

  • NEI RAPPORTI B2C:

I rimedi posti a tutela del consumatore sono disciplinati all’art. 130 c.d.c., in base al quale in caso di difetto di conformità, il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, ovvero ad una riduzione adeguata del prezzo o alla risoluzione del contratto ove ricorra una delle seguenti situazioni:
a) la riparazione e la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose;
b) il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione del bene entro un congruo termine;
c) la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuata ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore.

La risoluzione del contratto è esclusa qualora il difetto di conformità sia di lieve entità

Termini per la denuncia.

Ai sensi dell’art. 132 c.d.c. Il venditore è responsabile, a norma dell’articolo 130, quando il difetto di conformità’ si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene. Ma vi è di più:  Il consumatore decade dai diritti di cui all’art. 130, se non denuncia al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto. L’azione diretta a far valere i difetti non dolosamente occultati dal venditore si’ prescrive, in ogni caso, nel termine di ventisei mesi dalla consegna del bene.

CONCLUSIONI

Da quanto sopra esposto si evince che le differenze principali concernenti la garanzia del venditore nei rapporti B2C e B2B, riguardano essenzialmente:

  • LA GARANZIA CONVENZIONALE: nei rapporti B2C non è possibile limitare od escludere del tutto la garanzia del venditore, ma è possibile, ad esempio, modificarne la durata o l’estensione territoriale;
  • I RIMEDI POSTI A TUTELA DEL CONSUMATORE: a differenza della disciplina codicistica, il codice del consumo prevede un rimedio ulteriore e cioè consente al consumatore di richiedere il ripristino della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione;
  • TERMINI PER LA DENUNCIA E DI PRESCRIZIONE: nei rapporti B2C il consumatore può denunciare i vizi entro 2 mesi dalla scoperta del vizio mentre il professionista deve farlo nei brevi termine di 8 giorni. In ogni caso, anche decorsi tali termini l’acquirente, sia esso consumatore o professionista, può esercitare l’azione di garanzia entro i termini di prescrizione: 26 mesi nei rapporti B2C,  12 mesi nei rapporti B2B.

Il contenuto della garanzia legale è invece identico perché in entrambi i rapporti il venditore è tenuto a garantire che il bene sia immune da vizi che ne diminuiscano il valore o comportino un’inidoneità all’uso per cui il bene oggetto della vendita è destinato.

RIFERIMENTI NORMATIVI: artt. 1487, 1490,1492,1494, 1495 c.c; artt. 130, 132, 134, 135 comma 2 Codice del consumo (D.Lgs. 206/2005)

GIURISPRUDENZA: Cass. n. 8578/97; Cass. 23.03.1993 n. 3418; Cass. 8.10.1976 n. 3345; Cass. 22.11.1982, n. 6011; Cass.n. 2797/08; Cass. sent. n. 26967/11

di Michele De Stefano, in Altalex del 4.10.2016

In materia di costruzioni in zona sismica, la violazione dell’obbligo di preavviso, deposito del progetto e relativi allegati tecnici di cui agli artt. 93, 94 e 95, D.P.R. 380/01 costituisce un reato a soggettività ristretta.

E’ quanto stabilito dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 35941 deposita il 26 agosto 2016.

La pronuncia trae origine dal ricorso in Cassazione avverso Sentenza del Tribunale di Salerno il quale aveva ritenuto responsabili per le anzidette violazioni sia il titolare della ditta esecutrice dei lavori, sia il direttore dei lavori e progettista, in relazione alla realizzazione di una struttura di contenimento in gabbioni metallici nel comune di Riciliano, comune classificato ad alta sismicità.

In particolare, l’esecutore dei lavori censurava la sentenza di merito sotto due aspetti:  in primo luogo l’assenza in capo allo stesso  degli obblighi di cui alla normativa antisismica, trattandosi di opera pubblica conferita con appalto dal Comune, il quale pertanto era pertanto il committente nonché l’ente che doveva ricevere la comunicazione dei lavori di cui all’art. 93 cit. e quindi trasmetterla all’ufficio regionale; in secondo luogo si doleva del difetto di elemento soggettivo del reato, avendo l’imputato fatto affidamento sulla legge regionale che prevede, in caso di appalto pubblico, che gli obblighi informativi in questione spettino al titolare del potere di spesa, nella specie il Comune. Entrambi le censure sono state tuttavia ritenute infondate dalla Suprema Corte.

Quanto al primo aspetto, il Supremo Consesso ha richiamato un proprio costante indirizzo secondo cui il soggetto attivo del reato di cui al citato art. 95 è anche il titolare della ditta incaricata di eseguire opere edilizie in zona sismica, poiché destinataria del divieto di eseguirle in assenza di preventiva autorizzazione dell’ufficio regionale competente (Cass. 6675/2011; Cass. 35298/08; 35387/07; 887/1999). Si legge testualmente nella pronuncia in parola che “la contravvenzione in oggetto può essere commessa da chiunque violi o concorra a violare l’obbligo imposto del preavviso e del deposito dei progetti e degli allegati tecnici e della richiesta al compente ufficio tecnico regionale, sicchè, pur non trattandosi di un reato proprio del proprietario, la configurazione giuridica dello stesso può esser inquadrata in quelli a soggettività ristretta, giacchè, oltre che da questi, può esser commesso dal committente, dal titolare della concessione edilizia ed, in genere, da chi ha la disponibilità dell’immobile o dell’area su cui esso sorge, nonchè da quei soggetti che esplicano attività tecnica ed hanno iniziato la costruzione senza accertarsi degli intervenuti adempimenti e, come tale, non è esonerato automaticamente da responsabilità per la presenza di un direttore dei lavori”. Né, afferma la Suprema Corte, la penale responsabilità può escludersi trattandosi di appalto pubblico, dal momento che ciò non esonera l’appaltatore dagli obblighi gravanti dal contratto di appalto seppur pubblico, vale a dire l’esecuzione dell’opera a regola d’arte, con mezzi propri e sotto la propria responsabilità. “Dunque – afferma la Corte – come correttamente ritenuto nella sentenza impugnata (pag. 10), l’esecutore di opere pubbliche è costruttore/esecutore delle opere, sicchè non si può escludersi la responsabilità per violazione agli obblighi derivanti dalla legge, obblighi che non possono venir meno per il fatto che l’ente appaltante sia lo stesso che doveva ricevere la comunicazioni. E ciò in forza della ratio delle disposizioni dettate in tema di vigilanza sulle costruzioni in zone sismiche, che prevedendo un complesso sistema di cautele rivolto ad impedire l’esecuzione di opere non conformi alle norme tecniche, ed impongono a tutti i soggetti esecutori delle opere (proprietari, committenti, direttore dei lavori) ad osservare le cautele a cui sono connessi gli obblighi, che sono sanzionati con le contravvenzioni in parola”.

Assai interessante è altresì la motivazione del mancato accoglimento della censura del ricorrente sotto il secondo profilo sopra descritto (errore di diritto sulla legge extrapenale). Afferma infatti il Supremo Consesso che  “Il comportamento antidoveroso di aver dato inizio ai lavori senza autorizzazione ex art. 94 cit., non può essere escluso dalla circostanza che la L.R. Campania n. 9 del 1983, succ. mod. 19/2012 e 1/2012 e Reg. 23/2010, stabilisce che l’obbligato alla presentazione della denunzia è, in caso di committenza pubblica, il committente individuato nel titolare del potere decisionale e di spesa ai sensi del D.P.G.R. n. 23 del 2010, art. 2, comma 3, e ciò in quanto, come correttamente evidenziato nella sentenza impugnata, la legislazione in materia di governo del territorio non è esercitata, ai sensi dell’art. 117 Cost., in via esclusiva nella regione Campania, bensì concorrente e non può investire la materia della sicurezza staticità degli edifici in zona sismica che rimane di esclusiva competenza statale (Sez. 3, n. 37375 del 20/06/2013, P.M. in proc. Serpicelli, Rv 257594; Sez. 3, n. 16182 del 28/02/2013, Crisafulli, Rv 241287), sicchè la legge regionale non esonera da quanto previsto dalla legge statale in termini di precauzione antisismiche e, considera la natura professionale del soggetto agente, non vale ad escludere il dolo del reato invocando l’art. 5 c.p.”. In conclusione, la penale  responsabilità per violazione degli obblighi di cui agli artt. 93 e 94, D.P.R. 380/01 permane per l’esecutore dei lavori anche in caso di appalto pubblico come pure allorchè vi sia una legge regionale che individui nel pubblico committente, quale titolare del potere di spesa, il soggetto tenuto alla denuncia dei lavori in questione.

Riferimenti normativi: D.P.R. 380/01

Giurisprudenza: Cassazione penale, sez. III, sentenza 26/08/2016 n° 35491

http://www.altalex.com/documents/news/2016/09/12/costruzioni-in-zona-sismica-manca-vigilanza-reato-soggettivita-ristretta

 

di Erika Damiani

L e circostanze attenuanti generiche sono disciplinate all’art. 62- bis c.p. in base al quale:

  1. Il giudice, indipendentemente dalle circostanze prevedute nell’art.62, può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate.
  2. Ai fini dell’applicazione del primo comma non si tiene conto dei criteri di cui all’art. 133, primo comma, numero 3 (intensità del dolo e grado ella colpa grave), e secondo comma (elementi da cui trarre la capacità a delinquere del reo), nei casi previsti dall’art. 99 (recidiva), quarto comma, in relazione ai delitti previsti dall’art. 407, comma 2, lett.a) del codice di procedura penale, nel caso in cui siano puntiti con la pena della reclusione non inferiori nel minimo a cinque.
  3. In ogni caso, l’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non può essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze di cui al primo comma.

La ratio di questa disposizione va ravvisata nella necessità di mitigare, attraverso il ricorso a circostanze non specificamente contemplate dalla legge e non predeterminate, le pene giudicate troppo aspre a seguito di un’applicazione troppo rigida e formale del paradigma sanzionatorio. La norma infatti non descrive situazioni in relazioni alle quali è prevista la diminuzione della pena, riferendosi invece a tutte quelle non prevedibili dal legislatore, ma ugualmente rilevanti, la cui individuazione è affidata al giudice attraverso l’esercizio di un potere discrezionale.

Proprio a causa dell’esercizio di un tale potere il Giudice, nel valutare, deve esaminare tutte le circostanze rilevanti del caso specifico e dare un’adeguata motivazione nel caso in cui decida di non concedere le circostanze in esame. Inoltre, non è necessario che “il Giudice di merito, nel motivare il diniego della concessione, tenga conto di tutti gli elementi favorevoli e sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che si riferisca a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo gli altri disattesi o superati da detta valutazione” (Cass. N. 38366 del 22.9.2015). L’organo giudicante, il quale molto spesso racchiude la sua motivazione in espressioni come “al fine di adeguare al meglio la pena”, non può quindi considerare scontata la meritevolezza delle circostanze attenuanti generiche (Cass. N. 7914/2015) e deve quindi opportunamente indicare gli elementi dai quali possa trarsi, anche per implicito, il percorso logico che lo ha condotto al riconoscimento dell’art. 62 bis c.p., precisando quali siano gli elementi decisivi per tale statuizione, soprattutto nei casi di fatti di rilevante gravità. Inoltre, il giudice, nel caso sia ritenuta la meritevolezza dell’attenuazione della pena, deve specificare le ragioni ritenute atte alla mitigazione del trattamento sanzionatorio.

La Suprema Corte ha più volte sottolineato come le circostanze in questione non costituiscono oggetto di una benevola e discrezionale concessione del Giudice, ma il riconoscimento di situazioni non contemplate in maniera specifica le quali non sono comprese tra le circostanze da valutare ex art. 133 c.p. (Rubricato “Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena). Si ritiene che tale ultima disposizione non rappresenti l’unico parametro in base a quale concedere le circostanze attenuanti generiche, ma si debba tener conto anche di qualsiasi altro elemento del giudizio da cui poter far discendere la meritevolezza della diminuzione della pena. Da tale affermazione, però, si comprende come l’art. 133 c.p. sia un valido spunto per la concessione di attenuanti generiche: il lamentato rischio di un ne bis in idem sostanziale, viene scongiurato non considerando in sede di commisurazione della pena quei valori già contemplati per la concessione delle circostanze in esame. I Giudici della Cassazione ritengono che “ai fini della concessione o del diniego delle attenuanti generiche, è sufficiente che si considerino gli elementi di cui all’art. 133 c.p. ritenuti prevalenti e atti consigliare il tipo di valutazione da effettuare: anche un solo elemento che attenga alla personalità del reo, all’entità del reato e alle modalità di esecuzione può essere sufficiente per motivare la concessione o i diniego” ( Cass. N. 15476 del 14.4.2016).

I giudici di legittimità hanno riconosciuto che la concessione di circostanze attenuanti generiche “presuppone la sussistenza di positivi elementi di giudizio e non costituisce un diritto conseguente alla mancanza di elementi negativi connotanti a personalità del reo” (Cass. N. 32359 del 23.7.2015).

Sulla base della copiosa giurisprudenza esistente in materia, si considerano presupposti per la concessione o diniego delle circostanze attenuanti generiche:

  1. La confessione spontanea del reo: la Suprema Corte ha sostenuto che “mentre la confessione dell’imputato, tanto più se spontanea, è segno di resipiscenza, può essere elemento favorevole per la concessione non può essere considerato elemento negativo la dichiarazione di innocenza dell’imputato, pur di fronte a elementi probatori da cui è evidente la colpevolezza” (Cass. N. 50565 del 28.12.2015)
  2. Il comportamento successivo al compimento del reato: la Consulta, con sent.n. 183 del 10.6.2011, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 62-bis nella parte in cui non consente di tenere in considerazione la suddetta condotta ai fini dell’applicazione del primo comma.
  3. La collaborazione prestata nelle indagini ed altre situazioni di manifesto ravvedimento, se non è già di per sé configurabile l’attenuante del ravvedimento operoso di cui all’art. 62 n.6 c.p.
  4. L’esistenza di precedenti: secondo la Suprema Corte questa può rilevare ai fini del diniego della concessione delle attenuanti generiche e dei benefici di legge anche quando” il Giudice, sulla base di una valutazione complessiva del fatto oggetto del giudizio e della personalità del reo, esclude che la reiterazione delle condotte denoti la presenza di uno spessore criminologico tale da giustificare l’applicazione della recidiva” (Cass. n. 38378 del 23.9.2014). Sempre in tema, più di recente, i Giudici di legittimità hanno asserito come le attenuanti generiche possano essere negate anche soltanto in base all’esistenza di un precedente penale, perché in tal modo viene formulato un giudizio di disvalore sulla personalità (Cass. n. 11539 del 11.3.2014).
  5. Lo stato di incensuratezza: ai sensi dell’art. 62- bis, comma 3, non è di per sè sufficiente a costituire elemento su cui si fonda la concessione delle circostanze in esame.
  6. La giovane età dell’imputato: quando abbia determinato una non completa maturità e capacità di valutare il proprio comportamento.

CONCLUSIONI

Da questa breve disamina si evince come il Giudice sia chiamato a valutare elementi positivi e negativi, non sono contemplati dalla legge, prima di pronunciarsi sulla concessione o il diniego delle circostanze in esame. I suddetti elementi possono consistere:

  • Nelle circostanze di cui all’art.133 c.p.:
  • Natura, specie, mezzi oggetto, tempo, luogo e ogni altra modalità dell’azione;
  • Gravità del danno o pericolo cagionato alla persona offesa dal reato
  • Intensità del dolo o grado della colpa
  • Motivi a delinquere e carattere del reo
  • precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo antecedenti al reato
  • condotta contemporanea o susseguente al reato
  • condizioni di vita individuale, familiare, sociale del reo.
  • Nelle circostanze individuate in via pretoria, quali:
  • Confessione spontanea del reo
  • Comportamento successivo al compimento del reato;
  • Collaborazione prestata nelle indagini e altre situazioni di manifesto ravedimento;
  • L’esistenza di precedenti;
  • Lo stato di incensuratezza
  • la giovane età dell’imputato.Riferimenti normative : Art. 62 bis c.p.; Art. 133 c.p.;D.lgt. n. 288 del 1944;Art. 1 della legge 5 dicembre 2005, n. 251;Giurisprudenza: Cass. N. 38366 del 22.9.2015; Cass. N. 7914/2015; Cass. N. 15476 del 14.4.2016; Cass. N. 32359 del 23.7.2015; Cass. N. 50565 del 28.12.2015; Cass. n. 11539 del 11.3.2014.

 

di Michele De Stefano, in Altalex del 7.9.2016

Con la sentenza n. 11808 del 9.6.2016, la Suprema Corte si è pronunciata sull’argomento della disdetta alla seconda scadenza di cui all’art. 2 L. 431/1998 in ambito di contratti locazione ad uso abitativo. La pronuncia trae origine da un ricorso avverso sentenza della Corte di Appello di Brescia del 2.10.2012, che aveva confermato la pronuncia di primo grado emessa dal Tribunale di Bergamo, sezione distaccata di Grumello del Monte, con cui era stata dichiarata cessata la locazione e pertanto emessa ordinanza di rilascio sul presupposto della validità della disdetta. Al fine di approdare al requisito formale che la predetta disdetta deve possedere, la Suprema Corte muove dal disposto normativo di cui all’art. 2 L. 431/1998 ove si prescrive: “Alla seconda scadenza del contratto, ciascuna delle parti ha diritto di attivare la procedura per il rinnovo a nuove condizioni o per la rinuncia al rinnovo del contratto, comunicando la propria intenzione con lettera raccomandata da inviare all’altra parte almeno sei mesi prima della scadenza (..)”. Tale norma, sovente ripetuta o riportata nei contratti di locazione, prevede dunque un doppio requisito per la disdetta, rectius “rinuncia al rinnovo” così come è chiamata dalla norma medesima: “l’uno inerente il modo di manifestazione della volontà di rinuncia-disdetta immotivata che è la lettera, l’altro inerente la trasmissione del negozio, che è la forma della raccomandazione” (cfr. Sentenza in commento). Tanto premesso, osservano i Supremi Giudici che con riferimento al primo aspetto, la legge certamente richiede che la disdetta avvenga in forma scritta, ma al tempo stesso non accompagna tale previsione ad altra prescrizione che, direttamente o indirettamente, indichi espressamente che tale forma scritta si deve osservare a pena di nullità. Nullità che pertanto non può essere dichiarata ai sensi dell’art. 1350 n. 13 c.c. in forza del quale – tra gli atti che devono compiersi per iscritto a pena appunto di nullità – rientrano  gli altri atti specialmente indicati dalla legge. Mancando tale speciale indicazione nel citato art. 2, la Suprema Corte conclude pertanto che “ (..) che il negozio di rinuncia-disdetta di cui al secondo inciso dell’art. 2, comma 1, non deve essere compiuto a pena di nullità con una lettera e, quindi, in forma scritta, e nemmeno la sua forma di trasmissione deve essere necessariamente quella della raccomandazione. Ciò che è necessario è che il negozio di rinuncia disdetta venga ricevuto dal destinatario sei mesi prima della scadenza. Pertanto, bene il locatore o il conduttore potrebbero compiere l’atto in forma orale prima dei sei mesi e il suo compimento potrebbe essere oggetto di una confessione stragiudiziale o giudiziale della controparte”.

Conclusioni

Nella chiarezza del disposto normativo e della suesposta pronuncia giurisprudenziale, a sommesso avviso dello scrivente appare certamente opportuno che, onde evitare difficoltà probatorie, la rinuncia al rinnovo venga tuttavia compiuta in forma scritta ed inviata a mezzo raccomandata, così come prescritto appunto dall’art. 2 L. 431/98. Ciò nonostante non ne sia ex lege prescritta la forma scritta e/o l’invio a mezzo raccomandata a pena di nullità.

Riferimenti normativi: art. 1350 c.c.; Legge n. 431/1998.

Giurisprudenza:  Cassazione Civile, sez. III, sentenza 09/06/2016 n° 11808

http://www.altalex.com/documents/news/2016/06/15/locazione-disdetta-immotivata-seconda-scadenza-forma

 

di Michele De Stefano, in Altalex del 19.7.2016

Con la sentenza n. 9367 del 10.5.2016, la Suprema Corte ha fatto applicazione del principio già in precedenza espresso per cui “Il valore delle tabelle milanesi va inteso, ad avviso del Collegio, non già nel senso di avallare l’idea che le dette tabelle ed i loro adeguamenti siano divenute esse stesse in via diretta una normativa di diritto”, bensì quale parametro di apprezzamento dell’esercizio del potere di liquidazione equitativa del danno che il Giudice è tenuto a compiere ai sensi dell’art. 1226 c.c. La decisione muoveva infatti da un preciso motivo di ricorso con cui si censurava una sentenza della Corte d’appello di Bologna, per aver quest’ultima liquidato il danno a favore dei genitori della vittima di un sinistro stradale in applicazione delle tabelle milanesi del 2011 anziché di quelle del 2013. Tale motivo non è stato accolto dalla Suprema Corte proprio in ragione della natura giuridica riconosciuta a dette tabelle posto che, ratione temporis, la Corte territoriale avrebbe invece ben potuto liquidare il danno secondo le tabelle del 2013. Infatti quest’ultime risultavano pubblicate sull’Osservatorio della Giustizia Civile di Milano il 20.3.2013 e quindi prima della deliberazione della sentenza (22.3.2013) e della pubblicazione della stessa (10.4.2013).  Peraltro quand’anche in sede di deliberazione i Giudici non avessero conosciuto l’aggiornamento delle tabelle avvenuto solo due giorni prima, essi avrebbero comunque potuto modificare la decisione fino alla data di pubblicazione della sentenza per effetto dell’entrata in vigore di una nuova normativa (cfr. da ultimo Cass. 5855/00). Tuttavia la Suprema Corte non ha ritenuto che l’aggiornamento delle tabelle rappresenti jus superveniens vincolante proprio in ragione della loro natura.  La Sentenza condivide infatti quanto già affermato dalla medesima Corte nelle pronunce n. 4447/2014 e 12408/2011, secondo cui nella liquidazione del danno biologico l’adozione della regola equitativa ex art. 1226 c.c. deve garantire comunque uniformità di giudizio su tutto il territorio nazionale, uniformità cui giova il riferimento alle tabelle in questione. D’altro canto però, “il valore delle tabelle milanesi riconosciuto dalla sentenza n. 12408 del 2011 – si legge nella sentenza in commento che sul riporta testualmente Cass. 4447/2014 – va inteso, ad avviso del Collegio, non già nel senso di avallare l’idea che le dette tabelle ed i loro adeguamenti siano divenute esse stesse in via diretta una normativa di diritto, che occorrerebbe necessariamente qualificare all’interno della categoria delle fonti per come regolata, sia pure ormai indirettamente per quanto concerne il concetto di legge, dall’art. 1 preleggi (ma non solo), bensì nel senso che esse integrino i parametri di individuazione di un corretto esercizio del potere di liquidazione del danno non patrimoniale con la valutazione equitativa normativamente prevista dall’art. 1226 c.c. Le Tabelle sono dunque “normative” nel senso che sono da riconoscere come parametri di corretto esercizio del potere di cui all’art. 1226, e, dunque, di corretta applicazione di tale norma. Esse hanno, pertanto, valore normativo nel senso che forniscono gli elementi per concretare il concetto elastico previsto nella norma dell’art. 1226 c.c. (…).Le Tabelle Milanesi, in quanto determinative di criteri di quantificazione del danno patrimoniale, assumono rilievo, sulla base delle considerazioni svolte da Cass. n. 12408 del 2011 come “fonti” in base alle quali è possibile, di regola, considerare correttamente esercitato il potere di liquidazione equitativa di cui all’art. 1226 c.c.. Dunque, i criteri da esse poste, si vedono attribuire il carattere di parametri di apprezzamento della correttezza dell’esercizio del potere di cui all’art. 1226 c.c., per cui tale potere ne deve necessariamente tenere conto nell’esternarsi con la motivazione”. Per effetto di codesta premessa, la Suprema Corte giunge quindi ad affermare che l’aggiornamento delle tabelle non è pertanto evento che determina jus superveniens da applicarsi dal Giudice.  D’altro canto e sulla scorta di quanto sopra, la stessa Suprema Corte  si è chiesta allora se la modifica sopravvenuta delle tabelle nelle more della pubblicazione della sentenza possa sotto altro profilo determinare jus superveniens, ovvero come riferibile al contenuto dell’art. 1226 c.c. quale regula juris da applicarsi al caso concreto. Ma anche sotto tale profilo la conclusione non cambia, atteso appunto il carattere di parametri di apprezzamento della correttezza dell’esercizio del potere di cui all’art. 1226 c.c. che si riconosce alle tabelle. Conclude pertanto la Suprema Corte che “per apprezzare come in concreto il giudizio equitativo ai sensi dell’art. 1226 c.c., sia stato compiuto non è sufficiente individuare quale tabella il giudice ha applicato ed in particolare che ha applicato quella vigente al momento della deliberazione, ma è necessario considerare come abbia applicato al caso di specie in concreto quell’elemento, cioè come abbia considerato quella tabella, e, soprattutto, come esso così applicato, sia stato poi applicato in concreto in unione con gli altri elementi individuatori del caso concreto e rilevanti ai fini dell’operazione liquidatoria equitativa”. Ne discende che l’operazione liquidatoria cui il Giudice è chiamato è, secondo codesto orientamento, non già una mera applicazione automatica delle tabelle, bensì un’operazione relativa in cui il valore tabellare deve essere rapportato agli altri elementi che presenta la fattispecie in concreto. Fatte tali premesse, tale è il principio di diritto enunciato nella sentenza in questione: “in tema di c.d. tabelle milanesi di liquidazione del danno, qualora dopo la deliberazione della decisione e prima della sua pubblicazione, sia intervenuta una loro variazione, deve escludersi che l’organo deliberante abbia l’obbligo di riconvocarsi e di procedere ad una nuova operazione di liquidazione del danno in base alle nuove tabelle, in quanto la modifica delle tabelle non integra un jus superveniens nè in via diretta nè in quanto dette tabelle assumano rilievo, ai sensi dell’art. 1226 c.c., come parametri doverosi per la valutazione equitativa del danno non patrimoniale alla persona”.

In aggiunta a quanto sopra evidenziato, la sentenza in questione contiene ulteriori elementi di interesse attinenti la fattispecie del danno in caso di sinistro stradale mortale. Nel primo motivo, ad esempio, si torna sulla questione della risarcibilità jure hereditatis del danno sofferto allorchè il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dall’urto. Sul punto la sentenza ricorda e si allinea alla recente pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite n. 15350/2015 che esclude in tali casi la risarcibilità: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicchè, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Riferimenti normativi: art. 1226 c.c.

Giurisprudenza: Cassazione Civile, sez. III, sentenza 10/05/2016 n° 9367; Cass. 447/2014; 12408/11.

http://www.altalex.com/documents/news/2016/05/13/danno-non-patrimoniale-tabelle-milanesi-fonte-di-diritto-esclusione

 

di Michele De Stefano e Valentina Iannilli

  1. Il disposto normativo

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”. Tale è il disposto letterale dell’art. 5 co. VI L.Div.

  1. L’assegno di divorzio: i vari criteri.

Giova al riguardo riprendere e soffermarsi sulla esaustiva e compendiosa rassegna giurisprudenziale sul punto: “L’assegno periodico di divorzio ha carattere esclusivamente assistenziale (di modo che dev’essere negato se richiesto solo sulla base di premesse diverse, quale il contributo personale ed economico dato da un coniuge al patrimonio dell’altro), atteso che la sua concessione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge al istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio (e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o che poteva fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto: Cass. 10/20582, 07/15610, 07/4764, 02/6541), senza cioè che sia necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche (Cass. 06/4021), le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio. Ove sussista tale presupposto, la liquidazione in concreto dell’assegno deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge (condizione del coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio: (Cass. 01/6660), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio. A quest’ultimo fine, peraltro, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 l. div., per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni e alle richieste delle parti (potendo, ad es., considerare prevalente quello basato sulle condizioni economiche delle parti: Cass. 06/9876), salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno (Cass.05/10210, 04/13169, 98/317), che potrà anche essere escluso sulla base dell’incidenza negativa di uno o più di essi (Cass. s.u. 90/11490, 92/12682), o quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con gli altri elementi di quantificazione di cui all’art. 5 l. div. (08/20351, 03/40400)”. In ragione di quanto esposto, a proposito di assegno divorzile se ne afferma anche la natura ed il criterio risarcitorio con evidente riferimento alle ragioni della decisione di cui alla norma in esame. Tale criterio sta a significare che l’assegno può essere quantificato con riguardo ai comportamenti che abbiano causato il fallimento del matrimonio. Ha tuttavia precisato la Suprema Corte che tale criterio risarcitorio funge soltanto da criterio di moderazione dell’ammontare dell’assegno e presuppone pertanto il previo accertamento sulla sussistenza del diritto del richiedente sulla base del criterio assistenziale; da ciò consegue, precisa di conseguenza la stessa Suprema Corte, che l’indagine sui comportamenti anzidetti di uno dei coniugi è superflua allorchè il richiedente abbia redditi adeguati ovvero il coniuge “colpevole” non disponga delle necessarie risorse economiche (cfr. Cass. 05/12382; 97/7990). Altro criterio attribuito all’assegno divorzile è quello c.d. compensativo, in virtù del quale il Giudice deve tener conto dell’apporto personale ed economico dato da ciascun coniuge al patrimonio comune ovvero a quello di appartenenza esclusiva dell’altro.

iii.     Criteri di riferimento o presupposti di attribuzione?

Dal sopra riportato testo di legge, si evince agevolmente che ai fini dell’assegno divorzile rilevano indici precisi, vale a dire condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, durata del matrimonio. Ancor prima di esaminarli in dettaglio, giova premettere l’insegnamento giurisprudenziale per cui i predetti criteri di riferimento operano in primo luogo come presupposti di attribuzione ancor prima che come parametri di quantificazione; in coerenza con ciò, ben può il Giudice utilizzarne alcuni al fine di ravvisare l’an del diritto al mantenimento ed altre, anche diverse, in ordine al quantum.

  1. I criteri di riferimento nel dettaglio

Richiamato quanto esposto al paragrafo secondo, di seguito si propone breve rassegna sui singoli restanti criteri di riferimento contenuti all’art. 5 L.Div.  Quanto alla durata del matrimonio, ha precisato la giurisprudenza che essa è da intendersi  fino alla pronuncia del divorzio e non con la separazione (Cass. 21805/06). Quanto alle condizioni dei coniugi e di loro redditi, le dichiarazioni generalmente prodotte hanno per il Giudice valore non vincolante, ben potendo essere disattese sulla base di altre risultanze probatorie acquisite (es. accertamenti della Polizia Tributaria). In ordine alle ragioni della decisione ed al contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio ed alle ragioni della decisione, si rimanda a quanto illustrato al punto n. II.

Riferimenti normativi: art. 5 L. Div.

Giurisprudenza:  Cass. 10/20582, 07/15610, 07/4764, 02/6541, 05/10210, 04/13169, 98/317, 08/20351, 03/40400