Il decesso del socio e le cause di scioglimento della sas e delle società di persone

a cura dell’Avv. Pietro Olivieri

La Sas: disciplina artt. 2313 e ss. c.c.. E’ un tipo di una società in cui esistono due tipi di soci, gli accomandatari e gli accomandanti. Gli accomandatari rispondono solidalmente ed illimitatamente per le obbligazioni sociali, mentre i soci accomodanti rispondono solo limitatamente alla quota conferita.

I soci accomandatati hanno i diritti e gli obblighi dei soci della società in nome collettivo. L’amministrazione della società può essere conferita soltanto a soci accomandatari (art. 2318 c.c.)

Art. 2323 c.c.: cause di scioglimento.

La SAS si scioglie, oltre che per le cause indicate dall’art. 2308 c.c. ossia per

  • decorso del termine;
  • conseguimento dell’oggetto sociale o per la intervenuta impossibilità di conseguirlo;
  • volontà di tutti i soci;
  • quando viene a mancare la pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non è ricostituita;
  • per le altre cause previste nel contratto sociale;
  • per provvedimento dell’autorità governativa nei casi stabiliti dalla legge e,
  • salvo che abbia per oggetto un’attività non commerciale, per la dichiarazione di fallimento).

Essa si scioglie anche quando rimangono solo soci accomandanti o soci accomandatari, sempreché nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che è venuto meno (art. 2323 comma 1 c.c.)

Se vengono a mancare tutti gli accomandatari, per il periodo indicato nel comma precedente gli accomandanti nominano un amministratore provvisorio per il compimento degli atti di ordinaria amministrazione. L’amministratore provvisorio non assume la qualità di socio accomandatario (art. 2323 comma 2 c.c.).

Art. 2315 c.c.: Alla Sas si applicano le disposizioni relative alla Snc in quanto compatibili

Art. 2284 c.c. (relativo alla Snc ma applicabile, ex art. 2315 c.c., pure alla Sas, ex Cass. n. 15.395 del 19 giugno 2013): “salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota degli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società, ovvero continuarla con gli eredi e questi vi acconsentano”.

Tale norma è ispirata al generale principio di insensibilità del contratto alle vicende soggettive (morte, recesso, esclusione) del singolo socio, il cui venir meno non riverbera i suoi effetti su tutto il contratto in senso dissolutivo (Cfr. Di Sabato, Diritto delle società, Milano, 2003, 89).

RATIO: necessità di preservare l’integrità dell’organismo produttivo, evitando la necessità della liquidazione al modificarsi dell’elemento soggettivo.

Il dovere di liquidare la quota del socio defunto agli eredi si configura come un’obbligazione non già degli altri soci, bensì della società stessa che, sul piano processuale, è quindi l’unico soggetto passivamente legittimato e resta tale anche nella società con due soli soci (C. 12125/2006; T. Salerno 29.1.2007); la giurisprudenza ha affermato che, anche nel caso di società formata da due soli soci, il venir meno di un socio di una società di persone non determina necessariamente lo scioglimento generale della società, né la formale liquidazione della stessa (C. 8670/2000; C. 4169/1995).

L’art. 2284 stabilisce che, in caso di morte del socio, se il contratto sociale non contenga disposizioni contrarie, la società prosegue tra i soci superstiti, i quali hanno l’obbligo di liquidare la quota agli eredi. In alternativa alla liquidazione della quota i soci possono sciogliere la società, pervenendo così alla sua liquidazione, oppure continuarla con gli eredi del socio defunto, se questi vi acconsentano. Liquidazione della quota e scioglimento della società sono opzioni rimesse esclusivamente alla volontà dei soci superstiti, in relazione alle quali nessun rilievo riveste la volontà degli eredi (Ferri, 305).

Come ha chiarito la Corte di Cassazione, sez. lavoro, con sentenza n. 24.476 del 21 nov. 2001: “… soltanto la quota di partecipazione del socio accomandante è trasmissibile per causa di morte [… ] mentre in caso di morte del socio accomandatario trova applicazione l’art. 2284 c.c., in virtù del quale gli eredi non subentrano nella posizione del defunto nell’ambito della società, e non assumono quindi la qualità di soci accomandatari a titolo di successione mortis causa, ma hanno diritto soltanto alla liquidazione della quota del loro dante causa, salvo diverso accordo con gli altri soci in ordine alla continuazione della società, e fermo restando che l’acquisto della qualità di socio accomandatario non deriva dalla posizione di erede del socio accomandatario defunto, ma dal contenuto del predetto accordo”.

Nel valutare la situazione conseguente alla morte del socio, la giurisprudenza ha ritenuto che il diritto degli eredi del socio defunto alla liquidazione del valore della quota (il cui onere della prova incombe ai soci superstiti e non agli eredi: C. 5809/2001) nasce sin dal momento del verificarsi della morte ma resta sospensivamente condizionato al mancato esercizio, da parte dei soci superstiti, del diritto potestativo di sciogliere la società e di costringere gli eredi del socio defunto a partecipare alla liquidazione; con l’effetto che, verificatosi lo scioglimento della società, il diritto degli eredi alla liquidazione del valore della quota del defunto si considera come non mai sorto (T. Milano 4.7.1996). La morte del socio produce pertanto lo scioglimento del rapporto sociale, mentre la quota, in quanto cespite patrimoniale, perviene agli eredi per trasmissione successoria (A. Cagliari 16.9.1985). Gli eredi, tuttavia, non sono legittimati a chiedere la liquidazione della società né possono vantare alcun diritto a partecipare alla procedura di liquidazione (C. 3671/2001; per la giurisprudenza di merito, v. T. Milano 26.10.2002). Alla morte di un socio di una società di persone il suo erede acquista soltanto il diritto ad ottenere la liquidazione della quota, ma non anche il diritto di subentrare. La circostanza che gli altri soci non provvedono alla liquidazione della quota del socio defunto a vantaggio dell’erede configura soltanto un inadempimento, ma non può comportare il subentro, in difetto di accordo, dell’erede nella compagine sociale (C. 6263/2005).

La legge non fissa un termine entro il quale i soci superstiti debbono decidere se liquidare la quota o procedere allo scioglimento della società. In caso di prolungata inerzia, è facoltà degli eredi richiedere al giudice la fissazione di un termine entro il quale la scelta deve essere effettuata (Ferri, 307).

La continuazione del rapporto sociale è determinata da un accordo tra soci ed eredi, mediante il quale questi ultimi aderiscono al contratto sociale. La decisione dei soci deve essere assunta con consenso unanime dei soci (Ferrara, Corsi, Gli imprenditori e le società, 12a ed., Milano, 2001, 292; Di Sabato, 90).

La giurisprudenza precisa che occorre il consenso unanime anche degli eredi (C. 3758/1957).

L’ingresso degli eredi in società non si attua quindi per trasmissione ereditaria bensì per atto inter vivos (Galgano, Diritto commerciale, II, Le società, 14a ed., Bologna, 2004, 84).

L’opinione trova adesione incondizionata in giurisprudenza: nella società di persone, in caso di morte di uno dei soci, la decisione di continuare la società con gli eredi è frutto di un accordo, posto che l’erede del socio defunto acquista a sua volta la qualità di socio non iure successionis (C. 3671/2001) ma per atto inter vivos (T. Bologna 8.8.1994). La continuazione della società personale fra i soci superstiti e gli eredi del socio defunto può anche desumersi per facta concludentia (T. Roma 19.6.1984).

La norma di cui all’art. 2284 c.c. consente che il contratto sociale preveda un regime convenzionale per il caso di morte di uno dei soci. Le clausole più frequentemente inserite nei contratti prevedono la continuazione facoltativa, l’obbligo di continuazione del rapporto ovvero l’automatica continuazione del rapporto con gli eredi (c.d. clausola di successione) (Ferri, 310).

Il primo tipo di clausole (continuazione facoltativa), che impone ai soci di continuare il rapporto societario con gli eredi, qualora questi ultimi lo vogliano, è in genere ritenuto valido. Perché la clausola di continuazione facoltativa a favore degli eredi possa operare, facendo assumere a questi ultimi la qualità di soci, non è sufficiente che abbiano accettato l’eredità, ma è necessaria una positiva manifestazione di volontà di subentrare in società (T. Trani 20.7.1983).

La dottrina prevalente considera valide anche le clausole contenenti l’obbligo di continuazione del rapporto sociale a carico degli eredi (Ferrara, Corsi, 293; Ferri, 310; Ghidini, Società personali, Padova, 1972, 515; contra, invece Di Sabato, 90).

Per quanto riguarda la clausola di continuazione automatica del rapporto, la dottrina è in genere schierata per l’invalidità (Ferrara, Corsi, 294).

La giurisprudenza reputa invece valida la clausola di successione inserita nell’atto costitutivo di una società di persone. In particolare, la Cassazione ritiene valida la clausola dell’atto costitutivo di società in accomandita semplice, con cui si stabilisce che il chiamato all’eredità dell’accomandante defunto consegua la qualità di socio per il solo fatto dell’accettazione dell’eredità (C. 12906/1995). Si è peraltro ritenuto che la sola accettazione dell’eredità non sia sufficiente ai fini dell’assunzione della qualità di socio, essendo inoltre necessaria l’espressa manifestazione di volontà di subentrare in società (T. Trani 20.7.1983).

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