a cura dell’Avv. Pietro Olivieri

Riguardo alla tematica dei mutamenti giurisprudenziali, è opportuno fare una distinzione concettuale tra il fenomeno del “revirement” e quello dell’“overruling”.

Il termine revirement (lett. “inversione”) esprime un concetto generale: ricorre il medesimo quando la giurisprudenza, di solito in sede di legittimità, cambia il proprio orientamento su un certo tema o sull’interpretazione di una specifica norma.

Il termine “overruling”, invece, indica un fenomeno più complesso e specifico, che ricorre quando si registra, da parte della giurisprudenza, una svolta inopinata e repentina rispetto ad un precedente orientamento consolidato che si risolve in una compromissione del diritto di azione e difesa di una parte.

Elementi costitutivi dell’overruling, quindi, sono:

1) l’aver ad oggetto una norma processuale;

2) il rappresentare un mutamento imprevedibile;

3) il determinare un effetto preclusivo del diritto di azione o difesa.

Secondo la giurisprudenza di legittimità “in applicazione del valore del Giusto processo, deve essere esclusa l’operatività della preclusione derivante dall’overruling nei confronti della parte che abbia confidato nella consolidata precedente interpretazione della regola stessa. Per essa, insomma, la tempestività dell’atto deve essere valutata con riferimento alla giurisprudenza vigente al momento dell’atto stesso” (S.U. Corte di Cassazione, 11-07-2011, n. 15144).

In caso di overruling, quindi, vi è la possibilità per la parte lesa da tale repentino mutamento giurisprudenziale di sottrarsi alle preclusioni e decadenze maturate nel processo a causa di tale improvviso cambiamento ermeneutico attraverso il ricorso all’istituto della riammissione in termini (previa prova di aver incolpevolmente confidato sul precedente consolidato orientamento).

La Cassazione ha inoltre avuto cura di precisare che l’overruling “attiene unicamente al profilo degli effetti del mutamento di una consolidata interpretazione del giudice della nomofilachia in ordine a norme processuali. Il sopravvenuto consolidamento di un nuovo indirizzo giurisprudenziale su norme di carattere sostanziale che in astratto consentirebbero la riforma di una precedente decisione non può quindi giustificare la rimessione in termini invocata dalla parte onde superare il giudicato formale formatosi per la mancata tempestiva impugnazione di una sentenza” (Cass. civ. Sez. V, 18-11-2015, n. 23585).

Ricorre il c.d. “prospective overruling” quando la giurisprudenza modifica un precedente di diritto, qualora lo ritenga inadeguato, per tutti i casi che si presenteranno da lì in futuro, decidendo però il caso sottoposto alla sua immediata cognizione in ordine alla regola superata, allo scopo di tutelare la parte che abbia confidato incolpevolmente nella consolidata precedente interpretazione della regola processuale stessa (Cfr. Cass. civ. n. 29506/2018 e Ad. Plenaria, Cons di Stato, n. 13/2017).

In un recentissimo intervento a S.U. la Cassazione, in riferimento alla tematica dell’overruling, ha precisato che: “Il rimedio dell’overruling è riconoscibile solo in presenza di stabili approdi interpretativi del giudice di legittimità, eventualmente a Sezioni Unite, se connotati dai “caratteri della costanza e ripetizione”, mentre non può essere invocato sulla base di alcune pronunce della giurisprudenza di merito, le quali non sono idonee ad integrare un “diritto vivente” (Corte cost. n. 78 del 2012).

L’istituto del “prospective overruling” è utilmente invocabile dalla parte che abbia tenuto una condotta processuale ossequiosa delle forme e dei termini previsti dalla legge processuale, come interpretata dall’indirizzo interpretativo del giudice di legittimità dominante al momento del compimento dell’atto, al fine di evitare le conseguenze processuali negative (decadenze, inammissibilità, improponibilità) cui sarebbe esposta se dovesse soggiacere al sopravvenuto e imprevedibile indirizzo interpretativo di legittimità, mentre non è invocabile nell’ipotesi in cui il nuovo orientamento di legittimità sia ampliativo di facoltà e poteri processuali che la parte non abbia esercitato per un’erronea interpretazione delle norme processuali in senso autolimitativo, non indotta dalla giurisprudenza di legittimità.

La rimessione in termini per causa non imputabile, in entrambe le formulazioni che si sono succedute (artt. 184 bis e 153 c.p.c.), non è invocabile in caso di errori di diritto nell’interpretazione della legge processuale, pur se determinati da difficoltà interpretative di norme nuove o di complessa decifrazione, in quanto imputabili a scelte difensive rivelatesi sbagliate, come quella di non impugnare il lodo arbitrale per errori di diritto, in presenza di convenzione arbitrale anteriore alla riforma del d.lgs. n. 40 del 2006” (S.U. Cass. civ. del 19-02-2019, n. 4135).