a cura della Dott.ssa Arianna Lo Menzo

Riferimenti normativi: art. 2913 c.c. – art. 485 c.p.c. – art. 492 c.p.c. – art. 495 c.p.c. – art. 497 c.p.c. – art. 513 c.p.c. – art. 519 c.p.c. – artt. 530, 532, 534 ss. c.p.c.

L’espropriazione mobiliare è il procedimento esecutivo giudiziario che ha ad oggetto i beni mobili di proprietà del debitore, che vengono sottratti coattivamente, attraverso il pignoramento, al fine di soddisfare il creditore a seguito di vendita o assegnazione.

Momento iniziale dell’espropriazione mobiliare è il pignoramento che consiste in un’ingiunzione dell’ufficiale giudiziario al debitore di astenersi da qualunque atto diretto a sottrarre alla garanzia del credito esattamente indicato i beni che si assoggettano all’espropriazione e i frutti di essi.

Secondo quanto recita l’art. 492 c.p.c., così come modificato dal d. lg. 59/2016 “Il pignoramento deve anche contenere l’avvertimento che il debitore, ai sensi dell’articolo 495, può chiedere di sostituire alle cose o ai crediti pignorati una somma di denaro pari all’importo dovuto al creditore pignorante e ai creditori intervenuti, comprensivo del capitale, degli interessi e delle spese, oltre che delle spese di esecuzione, sempre che, a pena di inammissibilità, sia da lui depositata in cancelleria, prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552 e 569, la relativa istanza unitamente ad una somma non inferiore ad un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento e dei crediti dei creditori intervenuti indicati nei rispettivi atti di intervento, dedotti i versamenti effettuati di cui deve essere data prova documentale. Il pignoramento deve contenere l’avvertimento che, a norma dell’articolo 615, secondo comma, terzo periodo, l’opposizione è inammissibile se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l’assegnazione a norma degli articoli 530, 552 e 569, salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero che l’opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile”. Il richiamo espresso all’art. 495 del codice di rito prevede un’ulteriore possibilità per il debitore esecutato, ossia la facoltà di convertire il pignoramento prima che sia disposta la vendita o l’assegnazione. La conversione si realizza sostituendo ai beni pignorati una somma di denaro equivalente da aggiungersi alle spese di esecuzione sostenute. La conversione può, e deve, essere richiesta dal debitore tramite il deposito di un’istanza in cancelleria e, contestualmente, una somma non inferire ad un quinto dell’importo del credito per cui è stato eseguito il pignoramento; sarà successivamente il giudice dell’esecuzione a disporre, con ordinanza, la somma da sostituire al bene pignorato, o la possibilità della rateizzazione mensile per un massimo di 36 mesi, a seguito di audizione delle parti in udienza e nel rispetto del limite temporale di 30 giorni dal deposito dell’istanza. Tale possibilità prevista all’art. 645 c.p.c. può essere disposta per una sola volta a pena di inammissibilità e viene meno qualora il debitore ometta, o ritardi oltre i 15 giorni, il versamento dell’importo determinato: in tal caso le somme già versate formeranno parte dei beni pignorati del cui ricavo si soddisferanno il creditore procedente e gli eventuali creditori intervenuti.

Secondo quanto disposto dall’art. 2913 c.c. con il pignoramento si limita il potere dell’esecutato di disporre del bene pignorato, al fine di impedire che l’eventuale atto di disposizione possa pregiudicare il creditore pignorante o i creditori intervenuti: gli atti posti in essere dal soggetto esecutato non sono inesistenti o nulli, né annullabili, ma solo inefficaci. Questa inefficacia non è assoluta, ma si produce solo nei confronti del creditore pignorante e dei creditori che intervengono nell’esecuzione; sono sempre salvi gli effetti del possesso in buona fede.

Il permanere del vincolo di indisponibilità relativa è condizionato al pignoramento e al soddisfacimento del diritto dei creditori: se l’atto di disposizione coinvolge beni immobili o mobili registrati, l’alienazione o l’atto di disposizione anche anteriori al pignoramento sono fatti salvi solo se la trascrizione sia anteriore al pignoramento stesso; in caso di beni mobili sono fatti salvi gli atti di disposizione aventi data certa anteriore al pignoramento (artt. 2914, 2915 c.c.).

Atto propedeutico al pignoramento è l’atto di precetto, con il quale il creditore ingiunge il debitore a pagare, nel termine di 10 giorni, la somma di denaro pari al credito vantato; l’atto di precetto viene notificato al debitore unitamente al titolo esecutivo.

Decorso inutilmente suddetto termine, e non oltre 90 giorni dalla notifica del precetto, il creditore può dare avvio al pignoramento dei beni presso il debitore.

L’ufficiale giudiziario, munito di titolo esecutivo e precetto, inizia la ricerca dei beni mobili pignorabili presso l’abitazione o altri luoghi a lui appartenenti, o direttamente presso la sua persona, essendo sempre tenuto a rispettare le opportune cautele e senza lederne il decoro.

Sono in genere pignorabili beni mobili, denaro e titoli di credito, senza che sia necessario verificarne la proprietà.

Su ricorso del creditore e con autorizzazione del Presidente del Tribunale o da giudice da lui delegato (attualmente sostituito con “il giudice di pace” dal D. Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, con entrata in vigore a partire dal 31.10.2021), possono essere pignorati tutti i beni che non si trovano in luoghi appartenenti al debitore ma dei quali egli può direttamente disporre. Se nella ricerca delle cose da pignorare abbia bisogno di aprire porte o ripostigli, di tenere eventualmente a bada il debitore o terzi oppure di allontanare persone che disturbano l’esecuzione del pignoramento, l’ufficiale giudiziario può anche richiedere l’assistenza della forza pubblica (art. 513 c.p.c.).

La legge stabilisce che alcuni beni mobili non sono pignorabili e distingue tra beni assolutamente impignorabili, beni relativamente impignorabili e beni pignorabili in determinate circostanze di tempo: trattasi di quei beni che hanno per il debitore un determinato valore religioso, oppure che garantiscono il sostentamento suo e della sua famiglia, o beni che sono indispensabili per rendere la vita di una persona dignitosa o che consentono al debitore di continuare ad esercitare la propria attività lavorativa (Artt. 514, 515 e 516 c.p.c.).

A tutela della pretesa creditizia il legislatore ha stabilito che l’impignorabilità assoluta può essere eccepita solo dall’esecutato attraverso l’opposizione all’esecuzione nelle forme previste dall’articolo 615 c.p.c., e non può essere rilevata dal giudice d’ufficio.

Al momento dell’accesso presso i luoghi del debitore l’ufficiale giudiziario deve pignorare quei beni che ritiene di facile e pronta liquidazione, nel limite di un presumibile valore di realizzo pari all’importo del credito precettato aumentato della metà (art. 517 c.p.c.), pertanto, saranno preferiti il denaro contante, i gioielli, i titoli di credito e ogni altro bene che appaia di sicura realizzazione.

Ai sensi dell’art. 518 c.p.c., sulla forma del pignoramento mobiliare, stabilisce che “L’ufficiale giudiziario redige delle sue operazioni processo verbale nel quale dà atto dell’ingiunzione di cui all’articolo 492 e descrive le cose pignorate, nonché il loro stato, […], determinandone approssimativamente il valore, con l’assistenza, quando occorre, di uno stimatore da lui scelto […]”.

Quanto alla procedura di svolgimento del pignoramento dei beni mobili presso il debitore, l’art. 519 c.p.c. stabilisce che, salvo espressa autorizzazione del Presidente del Tribunale o di un giudice da lui delegato, lo stesso non può essere eseguito nei giorni festivi prima delle ore 7 né dopo le ore 21. Tuttavia, il pignoramento che sia iniziato nelle ore prescritte, può essere eseguito sino al suo compimento.

Nel processo verbale l’ufficiale giudiziario fornisce disposizioni in relazione alla conservazione delle cose pignorate e nomina un custode, il quale sottoscrive il medesimo processo verbale.

Una volta svolto il pignoramento, l’ufficiale giudiziario riconsegna il titolo esecutivo, l’atto di precetto e il verbale di pignoramento al creditore, il quale, entro e non oltre il termine di 15 giorni deve iscrivere a ruolo il pignoramento, pena la perdita di efficacia dello stesso.

Ai fini dell’iscrizione a ruolo è necessario il deposito in cancelleria dei tre atti di cui sopra e della nota di iscrizione a ruolo. In caso di deposito telematico sarà necessaria allegare alla busta di deposito un’attestazione di conformità che attesti la conformità all’originale del processo verbale, dell’atto di precetto e del titolo esecutivo.

Il pignoramento perde efficacia se entro 45 giorni dal suo compimento non viene proposta istanza vendita o assegnazione (art. 497 c.p.c.); tale istanza può essere depositata in cancelleria decorsi 10 giorni dal pignoramento pena l’invalidità della vendita o dell’assegnazione (art. 501 c.p.c.), ad eccezione che per le cose deteriorabili, delle quali può essere disposta l’assegnazione o la vendita immediata. Tale termine è dilatorio e non perentorio e ad esso non si applica la sospensione del decorso dei termini prevista dalla L. 7.10.1969, n. 742 (cd. sospensione feriale dei termini).

Ai sensi dell’art. 530 c.p.c. il giudice dell’esecuzione fissa con decreto l’udienza per l’audizione delle parti alla quale devono comparire il creditore pignorante, i creditori intervenuti, il debitore e gli eventuali interessati (art. 485 c.p.c.).

Le parti possono fare osservazioni sulle modalità e il tempo della vendita e possono proporre opposizione agli atti esecutivi secondo quanto disposto dagli art. 617ss.

Se non vi sono opposizioni o se le parti raggiungono un accordo il giudice dell’esecuzione emette ordinanza per la vendita o l’assegnazione. Se viene proposta opposizione il giudice decide con sentenza e successivamente decide con ordinanza le modalità e i tempi per la vendita e l’assegnazione.

 Tre sono le modalità di vendita previste dal codice di rito:

  • vendita con incanto (art. 534 c.p.c.). Quando la vendita deve essere fatta ai pubblici incanti, il giudice dell’esecuzione stabilisce il giorno, l’ora e il luogo in cui deve eseguirsi, e ne affida l’esecuzione al cancelliere o all’ufficiale giudiziario o a un istituto all’uopo autorizzato; inoltre, il giudice può disporre che, oltre alla pubblicità prevista dal primo comma dell’articolo 490, sia data anche una pubblicità straordinaria a norma del comma terzo dello stesso articolo;
  • vendita senza incanto;
  • vendita a mezzo di commissario (artt. 532 c.p.c. come modificato dal d. lg. 59/2016 e 533 c.p.c.). Le cose pignorate vengono affidate all’istituto vendite giudiziarie, ovvero, con provvedimento motivato, ad altro soggetto specializzato nel settore di competenza iscritto nell’elenco dei soggetti specializzati a norma dell’art. 169-sexies att. del codice di rito. Con lo stesso provvedimento, il giudice fissa il prezzo minimo della vendita (se il valore delle cose risulta dal listino di borsa o di mercato, la vendita non può essere fatta a prezzo inferiore al minimo segnato); l’importo globale fino al raggiungimento del quale la vendita deve essere eseguita, e può imporre al commissionario una cauzione; fissa il numero complessivo, non superiore a tre (prima era non inferiore a tre), degli esperimenti di vendita, i criteri per determinare i relativi ribassi, le modalità di deposito della somma ricavata dalla vendita e il termine finale non superiore a sei mesi, alla cui scadenza, qualora la vendita non avvenga, il soggetto incaricato della vendita deve restituire gli atti in cancelleria. Restituiti gli atti il giudice, se non vi sono istanze di integrazione del pignoramento, dispone la chiusura anticipata del processo esecutivo.

La somma ricavata a seguito dello svolgimento della vendita viene ripartita tra tutti i creditori intervenuti nella procedura esecutiva.

ASPETTI PRATICI : IL DEPOSITO TELEMATICO

Un aspetto pratico utile da affrontare è quello relativo al deposito telematico dell’iscrizione a ruolo del pignoramento e dell’istanza di vendita o assegnazione.

Può accadere che i termini per l’iscrizione a ruolo del pignoramento e del deposito dell’istanza di vendita e assegnazione scadano in tempi piuttosto ravvicinati, e ciò comporta delle difficoltà per l’avvocato che ricorra al deposito telematico, soprattutto per i depositi indirizzati ai tribunali più grandi.

Il sistema ministeriale prevede due distinti depositi: il primo per l’iscrizione a ruolo del pignoramento, al cui perfezionamento verrà assegnato un numero di ruolo; il secondo per il deposito dell’istanza di vendita e assegnazione, per il quale sarà necessario indicare il numero di ruolo fornito al momento dell’iscrizione a ruolo del pignoramento.

Ebbene, può accadere che il deposito telematico, che può dirsi correttamente eseguito solo alla ricezione della quarta P.E.C. di accettazione da parte della cancelleria, possa perfezionarsi in un momento successivo rispetto alla decorrenza dei 45 giorni dal pignoramento, comportando una preclusione per l’avvocato che a questo punto non potrà depositare l’istanza di vendita e assegnazione in quanto sprovvisto del numero di ruolo: il pignoramento perderebbe efficacia.

Tale conseguenza può essere evitata procedendo al deposito congiunto dell’atto introduttivo nota di iscrizione a ruolo del pignoramento mobiliare e dell’atto successivo istanza di vendita e di assegnazione.

L’avvocato depositante dovrà avere cura di allegare nella busta del deposito, oltre agli allegati obbligatori quali titolo esecutivo, atto di precetto e verbale di pignoramento, l’istanza di vendita e assegnazione come allegato generico.

Si procederà, pertanto, con l’iscrizione a ruolo del pignoramento avendo cura di inserire, oltre ai consueti atto principale e agli allegati obbligatori, anche ulteriori allegati generici costituiti dall’istanza di vendita, dal relativo contributo unificato e da eventuali altri documenti, eventualmente inserendo una descrizione nella sezione note. Al momento dell’accettazione viene assegnato il numero di ruolo, che dovrà essere inserito in fase di creazione della busta di un successivo deposito, anche oltre il termine dei 45 giorni ormai rispettato con la precedente iscrizione, costituito da un’istanza generica o da una nota di deposito quale atto principale.

Al fine di evitare che l’istanza di vendita sfugga all’attenzione della cancelleria, nell’atto principale del nuovo deposito (istanza generica o nota di deposito) si darà atto del deposito precedentemente effettuato in termini e si richiamerà la precedente istanza di vendita, anche riallegandola, così consentendo alla cancelleria di procedere al mutamento dello stato del fascicolo.

a cura dell’Avv. Michele De Stefano, pubblicato su Altalex il 25/01/2018

Nel processo penale, il difensore che abbia ottenuto la sospensione o il rinvio del dibattimento per legittimo impedimento a comparire di cui all’articolo 420 ter c.p.p., ha sempre diritto di ricevere l’avviso della nuova udienza?

Al quesito risponde la Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale, con la sentenza 11 dicembre 2017, n. 55139.

Con una pronuncia dello scorso dicembre, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in materia di notifica dell’avviso di nuova udienza nell’ipotesi di legittimo impedimento del difensore.

Il caso perveniva agli Ermellini a seguito di ricorso con cui si censurava un’ordinanza del Tribunale di Agrigento ove il Giudice disponeva rinvio dell’udienza per legittimo impedimento del difensore, senza tuttavia notificare a quest’ultimo l’avviso della nuova udienza fissata.

Richiamando un costante orientamento sul punto, la Cassazione ha tuttavia affermato con pronuncia in commento: “Questa Corte di legittimità, a Sezioni Unite e con una successiva giurisprudenza delle sezioni semplici assolutamente univoca, ha da tempo affermato il principio – che il Collegio condivide ed intende ribadire – per cui il difensore che abbia ottenuto la sospensione o il rinvio del dibattimento per legittimo impedimento a comparire ha diritto all’avviso della nuova udienza solo quando non ne sia stabilita la data già nell’ordinanza di rinvio (è il caso del c.d. “rinvio a nuovo ruolo”), poichè, nel diverso caso di rinvio ad udienza fissa, la lettura dell’ordinanza sostituisce la citazione e gli avvisi sia per l’imputato contumace, che è rappresentato dal sostituto del difensore designato in udienza, che per il difensore impedito, atteso che il sostituto assume per conto del sostituito i doveri derivanti dalla partecipazione all’udienza”.

Ne deriva che l’unico caso in cui l’avviso di nuova udienza deve essere notificato al difensore legittimamente impedito è per l’appunto solo quello di c.d. rinvio a nuovo ruolo, allorchè dunque non viene già stabilita la data della nuova udienza.

Oltre a ribadire il proprio indirizzo, la Suprema Corte ha aggiunto anche quanto segue, avendo il ricorrente eccepito altresì che alcuna delega era stata rilasciata dal dominus legittimamente impedito al sostituto comparso in aula: “La questione posta dalla ricorrente, secondo la quale alcuna delega verbale sarebbe stata conferita dal difensore di fiducia al sostituto presente in udienza, non muta i termini della questione e non comporta alcuna deroga al principio enunciato, giacchè il difensore di fiducia che abbia avanzato istanza di rinvio per legittimo impedimento è consapevole del fatto che, indipendentemente dalla presenza di un suo sostituto o dalla nomina di un difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4, in ogni caso non riceverà alcun avviso circa la data del rinvio comunicata in udienza e non potrà, quindi, disinteressarsi dell’esito dell’istanza di differimento dell’udienza, non attivandosi per acquisire diretta cognizione della data di eventuale rinvio”.

 

a cura della Dott.ssa Arianna Lo Menzo

Tratto dalla Rivista de Il Sole 24 ore “Ventiquattrore Avvocato”, n. 10, ottobre 2017

Cassazione civile, Sez. Unite, 29 maggio 2017, n. 13452

“Nel processo tributario, il termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente e dell’appellante, che si avvalga per la notificazione del servizio postale universale, decorre non dalla data della spedizione diretta del ricorso a mezzo di raccomandata con avviso di ricevimento, ma dal giorno della ricezione del plico da parte del destinatario (o dall’evento che la legge considera equipollente alla ricezione)”.

Finalmente le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono l’annoso conflitto giurisprudenziale sulla individuazione del dies a quo per la costituzione in giudizio del ricorrente nel processo tributario.

La quaestio nasce dalle difficoltà interpretative delle disposizioni di cui agli artt. 22, c. 1 e 53 c. 2 del D. Lgs. n. 546/1992, recante “Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della L. 30 dicembre 1991, n. 413”.

Le disposizioni presenti negli articoli sopra citati stabiliscono che nel procedimento davanti alle Commissioni Tributarie il ricorso è proposto mediante notifica ex art. 137 ss. c.p.c.

Nel caso specifico delle comunicazioni o notificazioni a mezzo del servizio postale, esse si considerano fatte al momento della spedizione, mentre i termini che hanno inizio dalla comunicazione o notificazione decorrono dalla data di ricezione dell’atto.

Dunque, la difficoltà interpretativa, riguardante le comunicazioni e notificazioni a mezzo postale, incideva sulla determinazione del dies a quo per la costituzione in giudizio del ricorrente: se il termine di 30 giorni per il deposito del ricorso nella cancelleria della Commissione Tributaria competente dovesse considerarsi decorrente dal giorno della spedizione del ricorso o della ricezione dello stesso da parte del resistente.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione risolvono il conflitto interpretativo con la sentenza n. 13452/2017 stabilendo che il termine per la costituzione del ricorrente decorre dal momento del perfezionamento della notificazione, dunque, dalla data in cui l’atto entra nella sfera giuridica del destinatario.

Tuttavia, il momento della spedizione rileva ai fini della tempestività dell’impugnazione del provvedimento, e questo per evitare che l’eventuale inefficienza dei servizi postali possa compromettere l’ammissibilità del ricorso.

Conclusioni queste che confermano un orientamento già cristallizzatosi in varie pronunce della Corte di Cassazione a partire dal 2008, e che tutte sottolineano la rilevanza del momento della ricezione dell’atto da parte del resistente ai fini della costituzione in giudizio.

La legge fa comunque salva la possibilità per il ricorrente di costituirsi in giudizio depositando l’originale del ricorso e la ricevuta di spedizione, sollevando il ricorrente dall’obbligo di presentare la ricevuta di avvenuta notificazione nel caso in cui essa non sia intervenuta nel periodo utile per la costituzione.

L’odierno orientamento garantisce non solo un’armonizzazione all’interno dell’intera disciplina della notificazione nel processo tributario, ma anche un allineamento della disciplina del processo tributario con quanto previsto sia nel processo civile che in quello amministrativo, dove i termini per la costituzione di chi propone la domanda giudiziale o impugna il provvedimento amministrativo decorrono dal momento in cui si perfeziona la notificazione al destinatario.

Di seguito si riporta giurisprudenza facente capo al primo orientamento e secondo orientamento.

IL SECONDO ORIENTAMENTO

Cassazione civ., Sez. V, 15 maggio 2008, n. 12185

Nel processo tributario, il termine di trenta giorni dalla proposizione del ricorso, previsto a pena di inammissibilità dal primo comma dell’art. 22 D. Lgs. n. 546/1992 per la costituzione del ricorrente (o dell’appellante) e per il deposito del ricorso notificato, decorre, anche in caso di notifica del suddetto ricorso a mezzo posta, dalla data in cui esso è stato ricevuto e non dalla data in cui è stato spedito, dovendo ritenersi, sulla base di una interpretazione sistematica degli artt. 22 primo comma, 20 secondo comma, e 16 quinto comma D. Lgs. n. 546/1992, che la notificazione a mezzo del servizio postale “si considera effettuata” al momento della spedizione solo con riguardo ai termini entro i quali il perfezionamento della notificazione stessa deve intervenire – ipotesi nella quale un eventuale disservizio postale potrebbe comportare per il notificante una decadenza incolpevole, mentre i termini per i quali (come nella specie) il perfezionamento della notificazione (ivi compresa quella a mezzo del servizio postale) rappresenta il momento iniziale del tempo concesso per il compimento di un’attività (e rispetto ai quali perciò una notificazione che, in virtù di una fictio effettuata in un momento anteriore a quello dell’effettivo ricevimento dell’atto rappresenterebbe invece un’ingiustificata anticipazione della decorrenza e perciò un’ingiustificata riduzione del tempo a disposizione) decorrono dalla data in cui l’atto è ricevuto, come peraltro espressamente disposto dell’ultima parte citato quinto comma dell’art. 16 D. Lgs. n. 546/1992, con una previsione di portata generale, che nessuna espressa disposizione derogatoria autorizza a ritenere inapplicabile alle ipotesi di notificazione a mezzo del servizio postale.

Cassazione civ., Sez. V, 21 aprile 2011, n. 9173

In tema di contenzioso tributario, ai fini della costituzione in giudizio del ricorrente, il ricorso direttamente notificato con raccomandata a mezzo del servizio postale deve essere depositato nella segreteria della Commissione tributaria, a pena di inammissibilità, entro trenta giorni dalla ricezione da parte del destinatario e non dalla spedizione da parte del ricorrente.

Cassazione civ., Sez. VI, 5, 17 settembre 2015, n. 18296

Non costituisce motivo d’inammissibilità, ex artt. 53 e 33 D. Lgs. n. 546 del 1992, dell’appello notificato a mezzo posta, il fatto che, all’atto della costituzione, l’appellante depositi l’avviso di ricevimento del plico inoltrato per raccomandata, in luogo del prescritto avviso di spedizione in quanto anche l’avviso di ricevimento del plico raccomandato riporta la data della spedizione, con la conseguenza che il relativo deposito deve ritenersi idoneo ad assolvere la funzione probatoria che la norma assegna all’incombente, anche in considerazione del principio, di recente ribadito, secondo cui, in tema di contenzioso tributario, il termine entro il quale la copia del ricorso spedito per posta deve essere depositata presso la segreteria della Commissione tributaria adìta decorre dalla data della ricezione dell’atto da parte del destinatario e non da quella di spedizione.

IL PRIMO ORIENTAMENTO

Cassazione civ., Sez. V, 14 ottobre 2004, n. 20262

La disciplina specifica della notifica a mezzo posta degli atti del processo tributario, secondo cui “Qualunque comunicazione … a mezzo del servizio postale si considera fatta nella data della spedizione …” (art. 16 del D.lg. n. 546 del 1992) consente di affermare che il deposito del ricorso tributario notificato a mezzo posta deve avvenire entro trenta giorni dalla spedizione postale e non dalla ricezione dell’atto da parte del destinatario.

Cassazione civ., Sez. V, 9 agosto 2016, n. 16758

In tema contenzioso tributario, nel procedimento di appello, ai sensi dell’art. 22, comma 1, quale richiamato dal successivo art. 53, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992, la rituale costituzione in giudizio del ricorrente, ancorata alla spedizione e non alla ricezione del ricorso da parte del resistente, richiede il deposito, entro trenta giorni dalla proposizione, nella segreteria della Commissione tributaria adita, dell’originale del ricorso notificato o di copia dello stesso, unitamente a copia della ricevuta di spedizione per raccomandata a mezzo del servizio postale, sicché, in difetto, attenendo l’adempimento al riscontro della stessa tempestività della costituzione, il ricorso è inammissibile e tale sanzione va rilevata d’ufficio in ogni stato e grado del processo, né è sanabile per via della costituzione del convenuto.