di Erika Damiani

L e circostanze attenuanti generiche sono disciplinate all’art. 62- bis c.p. in base al quale:

  1. Il giudice, indipendentemente dalle circostanze prevedute nell’art.62, può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate.
  2. Ai fini dell’applicazione del primo comma non si tiene conto dei criteri di cui all’art. 133, primo comma, numero 3 (intensità del dolo e grado ella colpa grave), e secondo comma (elementi da cui trarre la capacità a delinquere del reo), nei casi previsti dall’art. 99 (recidiva), quarto comma, in relazione ai delitti previsti dall’art. 407, comma 2, lett.a) del codice di procedura penale, nel caso in cui siano puntiti con la pena della reclusione non inferiori nel minimo a cinque.
  3. In ogni caso, l’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non può essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze di cui al primo comma.

La ratio di questa disposizione va ravvisata nella necessità di mitigare, attraverso il ricorso a circostanze non specificamente contemplate dalla legge e non predeterminate, le pene giudicate troppo aspre a seguito di un’applicazione troppo rigida e formale del paradigma sanzionatorio. La norma infatti non descrive situazioni in relazioni alle quali è prevista la diminuzione della pena, riferendosi invece a tutte quelle non prevedibili dal legislatore, ma ugualmente rilevanti, la cui individuazione è affidata al giudice attraverso l’esercizio di un potere discrezionale.

Proprio a causa dell’esercizio di un tale potere il Giudice, nel valutare, deve esaminare tutte le circostanze rilevanti del caso specifico e dare un’adeguata motivazione nel caso in cui decida di non concedere le circostanze in esame. Inoltre, non è necessario che “il Giudice di merito, nel motivare il diniego della concessione, tenga conto di tutti gli elementi favorevoli e sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che si riferisca a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo gli altri disattesi o superati da detta valutazione” (Cass. N. 38366 del 22.9.2015). L’organo giudicante, il quale molto spesso racchiude la sua motivazione in espressioni come “al fine di adeguare al meglio la pena”, non può quindi considerare scontata la meritevolezza delle circostanze attenuanti generiche (Cass. N. 7914/2015) e deve quindi opportunamente indicare gli elementi dai quali possa trarsi, anche per implicito, il percorso logico che lo ha condotto al riconoscimento dell’art. 62 bis c.p., precisando quali siano gli elementi decisivi per tale statuizione, soprattutto nei casi di fatti di rilevante gravità. Inoltre, il giudice, nel caso sia ritenuta la meritevolezza dell’attenuazione della pena, deve specificare le ragioni ritenute atte alla mitigazione del trattamento sanzionatorio.

La Suprema Corte ha più volte sottolineato come le circostanze in questione non costituiscono oggetto di una benevola e discrezionale concessione del Giudice, ma il riconoscimento di situazioni non contemplate in maniera specifica le quali non sono comprese tra le circostanze da valutare ex art. 133 c.p. (Rubricato “Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena). Si ritiene che tale ultima disposizione non rappresenti l’unico parametro in base a quale concedere le circostanze attenuanti generiche, ma si debba tener conto anche di qualsiasi altro elemento del giudizio da cui poter far discendere la meritevolezza della diminuzione della pena. Da tale affermazione, però, si comprende come l’art. 133 c.p. sia un valido spunto per la concessione di attenuanti generiche: il lamentato rischio di un ne bis in idem sostanziale, viene scongiurato non considerando in sede di commisurazione della pena quei valori già contemplati per la concessione delle circostanze in esame. I Giudici della Cassazione ritengono che “ai fini della concessione o del diniego delle attenuanti generiche, è sufficiente che si considerino gli elementi di cui all’art. 133 c.p. ritenuti prevalenti e atti consigliare il tipo di valutazione da effettuare: anche un solo elemento che attenga alla personalità del reo, all’entità del reato e alle modalità di esecuzione può essere sufficiente per motivare la concessione o i diniego” ( Cass. N. 15476 del 14.4.2016).

I giudici di legittimità hanno riconosciuto che la concessione di circostanze attenuanti generiche “presuppone la sussistenza di positivi elementi di giudizio e non costituisce un diritto conseguente alla mancanza di elementi negativi connotanti a personalità del reo” (Cass. N. 32359 del 23.7.2015).

Sulla base della copiosa giurisprudenza esistente in materia, si considerano presupposti per la concessione o diniego delle circostanze attenuanti generiche:

  1. La confessione spontanea del reo: la Suprema Corte ha sostenuto che “mentre la confessione dell’imputato, tanto più se spontanea, è segno di resipiscenza, può essere elemento favorevole per la concessione non può essere considerato elemento negativo la dichiarazione di innocenza dell’imputato, pur di fronte a elementi probatori da cui è evidente la colpevolezza” (Cass. N. 50565 del 28.12.2015)
  2. Il comportamento successivo al compimento del reato: la Consulta, con sent.n. 183 del 10.6.2011, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 62-bis nella parte in cui non consente di tenere in considerazione la suddetta condotta ai fini dell’applicazione del primo comma.
  3. La collaborazione prestata nelle indagini ed altre situazioni di manifesto ravvedimento, se non è già di per sé configurabile l’attenuante del ravvedimento operoso di cui all’art. 62 n.6 c.p.
  4. L’esistenza di precedenti: secondo la Suprema Corte questa può rilevare ai fini del diniego della concessione delle attenuanti generiche e dei benefici di legge anche quando” il Giudice, sulla base di una valutazione complessiva del fatto oggetto del giudizio e della personalità del reo, esclude che la reiterazione delle condotte denoti la presenza di uno spessore criminologico tale da giustificare l’applicazione della recidiva” (Cass. n. 38378 del 23.9.2014). Sempre in tema, più di recente, i Giudici di legittimità hanno asserito come le attenuanti generiche possano essere negate anche soltanto in base all’esistenza di un precedente penale, perché in tal modo viene formulato un giudizio di disvalore sulla personalità (Cass. n. 11539 del 11.3.2014).
  5. Lo stato di incensuratezza: ai sensi dell’art. 62- bis, comma 3, non è di per sè sufficiente a costituire elemento su cui si fonda la concessione delle circostanze in esame.
  6. La giovane età dell’imputato: quando abbia determinato una non completa maturità e capacità di valutare il proprio comportamento.

CONCLUSIONI

Da questa breve disamina si evince come il Giudice sia chiamato a valutare elementi positivi e negativi, non sono contemplati dalla legge, prima di pronunciarsi sulla concessione o il diniego delle circostanze in esame. I suddetti elementi possono consistere:

  • Nelle circostanze di cui all’art.133 c.p.:
  • Natura, specie, mezzi oggetto, tempo, luogo e ogni altra modalità dell’azione;
  • Gravità del danno o pericolo cagionato alla persona offesa dal reato
  • Intensità del dolo o grado della colpa
  • Motivi a delinquere e carattere del reo
  • precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo antecedenti al reato
  • condotta contemporanea o susseguente al reato
  • condizioni di vita individuale, familiare, sociale del reo.
  • Nelle circostanze individuate in via pretoria, quali:
  • Confessione spontanea del reo
  • Comportamento successivo al compimento del reato;
  • Collaborazione prestata nelle indagini e altre situazioni di manifesto ravedimento;
  • L’esistenza di precedenti;
  • Lo stato di incensuratezza
  • la giovane età dell’imputato.Riferimenti normative : Art. 62 bis c.p.; Art. 133 c.p.;D.lgt. n. 288 del 1944;Art. 1 della legge 5 dicembre 2005, n. 251;Giurisprudenza: Cass. N. 38366 del 22.9.2015; Cass. N. 7914/2015; Cass. N. 15476 del 14.4.2016; Cass. N. 32359 del 23.7.2015; Cass. N. 50565 del 28.12.2015; Cass. n. 11539 del 11.3.2014.

 

di Michele De Stefano, in Altalex del 7.9.2016

Con la sentenza n. 11808 del 9.6.2016, la Suprema Corte si è pronunciata sull’argomento della disdetta alla seconda scadenza di cui all’art. 2 L. 431/1998 in ambito di contratti locazione ad uso abitativo. La pronuncia trae origine da un ricorso avverso sentenza della Corte di Appello di Brescia del 2.10.2012, che aveva confermato la pronuncia di primo grado emessa dal Tribunale di Bergamo, sezione distaccata di Grumello del Monte, con cui era stata dichiarata cessata la locazione e pertanto emessa ordinanza di rilascio sul presupposto della validità della disdetta. Al fine di approdare al requisito formale che la predetta disdetta deve possedere, la Suprema Corte muove dal disposto normativo di cui all’art. 2 L. 431/1998 ove si prescrive: “Alla seconda scadenza del contratto, ciascuna delle parti ha diritto di attivare la procedura per il rinnovo a nuove condizioni o per la rinuncia al rinnovo del contratto, comunicando la propria intenzione con lettera raccomandata da inviare all’altra parte almeno sei mesi prima della scadenza (..)”. Tale norma, sovente ripetuta o riportata nei contratti di locazione, prevede dunque un doppio requisito per la disdetta, rectius “rinuncia al rinnovo” così come è chiamata dalla norma medesima: “l’uno inerente il modo di manifestazione della volontà di rinuncia-disdetta immotivata che è la lettera, l’altro inerente la trasmissione del negozio, che è la forma della raccomandazione” (cfr. Sentenza in commento). Tanto premesso, osservano i Supremi Giudici che con riferimento al primo aspetto, la legge certamente richiede che la disdetta avvenga in forma scritta, ma al tempo stesso non accompagna tale previsione ad altra prescrizione che, direttamente o indirettamente, indichi espressamente che tale forma scritta si deve osservare a pena di nullità. Nullità che pertanto non può essere dichiarata ai sensi dell’art. 1350 n. 13 c.c. in forza del quale – tra gli atti che devono compiersi per iscritto a pena appunto di nullità – rientrano  gli altri atti specialmente indicati dalla legge. Mancando tale speciale indicazione nel citato art. 2, la Suprema Corte conclude pertanto che “ (..) che il negozio di rinuncia-disdetta di cui al secondo inciso dell’art. 2, comma 1, non deve essere compiuto a pena di nullità con una lettera e, quindi, in forma scritta, e nemmeno la sua forma di trasmissione deve essere necessariamente quella della raccomandazione. Ciò che è necessario è che il negozio di rinuncia disdetta venga ricevuto dal destinatario sei mesi prima della scadenza. Pertanto, bene il locatore o il conduttore potrebbero compiere l’atto in forma orale prima dei sei mesi e il suo compimento potrebbe essere oggetto di una confessione stragiudiziale o giudiziale della controparte”.

Conclusioni

Nella chiarezza del disposto normativo e della suesposta pronuncia giurisprudenziale, a sommesso avviso dello scrivente appare certamente opportuno che, onde evitare difficoltà probatorie, la rinuncia al rinnovo venga tuttavia compiuta in forma scritta ed inviata a mezzo raccomandata, così come prescritto appunto dall’art. 2 L. 431/98. Ciò nonostante non ne sia ex lege prescritta la forma scritta e/o l’invio a mezzo raccomandata a pena di nullità.

Riferimenti normativi: art. 1350 c.c.; Legge n. 431/1998.

Giurisprudenza:  Cassazione Civile, sez. III, sentenza 09/06/2016 n° 11808

http://www.altalex.com/documents/news/2016/06/15/locazione-disdetta-immotivata-seconda-scadenza-forma

 

di Michele De Stefano, in Altalex del 19.7.2016

Con la sentenza n. 9367 del 10.5.2016, la Suprema Corte ha fatto applicazione del principio già in precedenza espresso per cui “Il valore delle tabelle milanesi va inteso, ad avviso del Collegio, non già nel senso di avallare l’idea che le dette tabelle ed i loro adeguamenti siano divenute esse stesse in via diretta una normativa di diritto”, bensì quale parametro di apprezzamento dell’esercizio del potere di liquidazione equitativa del danno che il Giudice è tenuto a compiere ai sensi dell’art. 1226 c.c. La decisione muoveva infatti da un preciso motivo di ricorso con cui si censurava una sentenza della Corte d’appello di Bologna, per aver quest’ultima liquidato il danno a favore dei genitori della vittima di un sinistro stradale in applicazione delle tabelle milanesi del 2011 anziché di quelle del 2013. Tale motivo non è stato accolto dalla Suprema Corte proprio in ragione della natura giuridica riconosciuta a dette tabelle posto che, ratione temporis, la Corte territoriale avrebbe invece ben potuto liquidare il danno secondo le tabelle del 2013. Infatti quest’ultime risultavano pubblicate sull’Osservatorio della Giustizia Civile di Milano il 20.3.2013 e quindi prima della deliberazione della sentenza (22.3.2013) e della pubblicazione della stessa (10.4.2013).  Peraltro quand’anche in sede di deliberazione i Giudici non avessero conosciuto l’aggiornamento delle tabelle avvenuto solo due giorni prima, essi avrebbero comunque potuto modificare la decisione fino alla data di pubblicazione della sentenza per effetto dell’entrata in vigore di una nuova normativa (cfr. da ultimo Cass. 5855/00). Tuttavia la Suprema Corte non ha ritenuto che l’aggiornamento delle tabelle rappresenti jus superveniens vincolante proprio in ragione della loro natura.  La Sentenza condivide infatti quanto già affermato dalla medesima Corte nelle pronunce n. 4447/2014 e 12408/2011, secondo cui nella liquidazione del danno biologico l’adozione della regola equitativa ex art. 1226 c.c. deve garantire comunque uniformità di giudizio su tutto il territorio nazionale, uniformità cui giova il riferimento alle tabelle in questione. D’altro canto però, “il valore delle tabelle milanesi riconosciuto dalla sentenza n. 12408 del 2011 – si legge nella sentenza in commento che sul riporta testualmente Cass. 4447/2014 – va inteso, ad avviso del Collegio, non già nel senso di avallare l’idea che le dette tabelle ed i loro adeguamenti siano divenute esse stesse in via diretta una normativa di diritto, che occorrerebbe necessariamente qualificare all’interno della categoria delle fonti per come regolata, sia pure ormai indirettamente per quanto concerne il concetto di legge, dall’art. 1 preleggi (ma non solo), bensì nel senso che esse integrino i parametri di individuazione di un corretto esercizio del potere di liquidazione del danno non patrimoniale con la valutazione equitativa normativamente prevista dall’art. 1226 c.c. Le Tabelle sono dunque “normative” nel senso che sono da riconoscere come parametri di corretto esercizio del potere di cui all’art. 1226, e, dunque, di corretta applicazione di tale norma. Esse hanno, pertanto, valore normativo nel senso che forniscono gli elementi per concretare il concetto elastico previsto nella norma dell’art. 1226 c.c. (…).Le Tabelle Milanesi, in quanto determinative di criteri di quantificazione del danno patrimoniale, assumono rilievo, sulla base delle considerazioni svolte da Cass. n. 12408 del 2011 come “fonti” in base alle quali è possibile, di regola, considerare correttamente esercitato il potere di liquidazione equitativa di cui all’art. 1226 c.c.. Dunque, i criteri da esse poste, si vedono attribuire il carattere di parametri di apprezzamento della correttezza dell’esercizio del potere di cui all’art. 1226 c.c., per cui tale potere ne deve necessariamente tenere conto nell’esternarsi con la motivazione”. Per effetto di codesta premessa, la Suprema Corte giunge quindi ad affermare che l’aggiornamento delle tabelle non è pertanto evento che determina jus superveniens da applicarsi dal Giudice.  D’altro canto e sulla scorta di quanto sopra, la stessa Suprema Corte  si è chiesta allora se la modifica sopravvenuta delle tabelle nelle more della pubblicazione della sentenza possa sotto altro profilo determinare jus superveniens, ovvero come riferibile al contenuto dell’art. 1226 c.c. quale regula juris da applicarsi al caso concreto. Ma anche sotto tale profilo la conclusione non cambia, atteso appunto il carattere di parametri di apprezzamento della correttezza dell’esercizio del potere di cui all’art. 1226 c.c. che si riconosce alle tabelle. Conclude pertanto la Suprema Corte che “per apprezzare come in concreto il giudizio equitativo ai sensi dell’art. 1226 c.c., sia stato compiuto non è sufficiente individuare quale tabella il giudice ha applicato ed in particolare che ha applicato quella vigente al momento della deliberazione, ma è necessario considerare come abbia applicato al caso di specie in concreto quell’elemento, cioè come abbia considerato quella tabella, e, soprattutto, come esso così applicato, sia stato poi applicato in concreto in unione con gli altri elementi individuatori del caso concreto e rilevanti ai fini dell’operazione liquidatoria equitativa”. Ne discende che l’operazione liquidatoria cui il Giudice è chiamato è, secondo codesto orientamento, non già una mera applicazione automatica delle tabelle, bensì un’operazione relativa in cui il valore tabellare deve essere rapportato agli altri elementi che presenta la fattispecie in concreto. Fatte tali premesse, tale è il principio di diritto enunciato nella sentenza in questione: “in tema di c.d. tabelle milanesi di liquidazione del danno, qualora dopo la deliberazione della decisione e prima della sua pubblicazione, sia intervenuta una loro variazione, deve escludersi che l’organo deliberante abbia l’obbligo di riconvocarsi e di procedere ad una nuova operazione di liquidazione del danno in base alle nuove tabelle, in quanto la modifica delle tabelle non integra un jus superveniens nè in via diretta nè in quanto dette tabelle assumano rilievo, ai sensi dell’art. 1226 c.c., come parametri doverosi per la valutazione equitativa del danno non patrimoniale alla persona”.

In aggiunta a quanto sopra evidenziato, la sentenza in questione contiene ulteriori elementi di interesse attinenti la fattispecie del danno in caso di sinistro stradale mortale. Nel primo motivo, ad esempio, si torna sulla questione della risarcibilità jure hereditatis del danno sofferto allorchè il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dall’urto. Sul punto la sentenza ricorda e si allinea alla recente pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite n. 15350/2015 che esclude in tali casi la risarcibilità: “In materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicchè, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”.

Riferimenti normativi: art. 1226 c.c.

Giurisprudenza: Cassazione Civile, sez. III, sentenza 10/05/2016 n° 9367; Cass. 447/2014; 12408/11.

http://www.altalex.com/documents/news/2016/05/13/danno-non-patrimoniale-tabelle-milanesi-fonte-di-diritto-esclusione

 

di Michele De Stefano e Valentina Iannilli

  1. Il disposto normativo

“Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”. Tale è il disposto letterale dell’art. 5 co. VI L.Div.

  1. L’assegno di divorzio: i vari criteri.

Giova al riguardo riprendere e soffermarsi sulla esaustiva e compendiosa rassegna giurisprudenziale sul punto: “L’assegno periodico di divorzio ha carattere esclusivamente assistenziale (di modo che dev’essere negato se richiesto solo sulla base di premesse diverse, quale il contributo personale ed economico dato da un coniuge al patrimonio dell’altro), atteso che la sua concessione trova presupposto nell’inadeguatezza dei mezzi del coniuge al istante, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre, a conservargli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio (e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o che poteva fondarsi su aspettative maturate nel corso del rapporto: Cass. 10/20582, 07/15610, 07/4764, 02/6541), senza cioè che sia necessario uno stato di bisogno, e rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche (Cass. 06/4021), le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, per ristabilire un certo equilibrio. Ove sussista tale presupposto, la liquidazione in concreto dell’assegno deve essere effettuata in base alla valutazione ponderata e bilaterale dei criteri enunciati dalla legge (condizione del coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, reddito di entrambi, durata del matrimonio: (Cass. 01/6660), con riguardo al momento della pronuncia di divorzio. A quest’ultimo fine, peraltro, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 l. div., per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni e alle richieste delle parti (potendo, ad es., considerare prevalente quello basato sulle condizioni economiche delle parti: Cass. 06/9876), salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno (Cass.05/10210, 04/13169, 98/317), che potrà anche essere escluso sulla base dell’incidenza negativa di uno o più di essi (Cass. s.u. 90/11490, 92/12682), o quando la conservazione del tenore di vita assicurato dal matrimonio finisca per risultare incompatibile con gli altri elementi di quantificazione di cui all’art. 5 l. div. (08/20351, 03/40400)”. In ragione di quanto esposto, a proposito di assegno divorzile se ne afferma anche la natura ed il criterio risarcitorio con evidente riferimento alle ragioni della decisione di cui alla norma in esame. Tale criterio sta a significare che l’assegno può essere quantificato con riguardo ai comportamenti che abbiano causato il fallimento del matrimonio. Ha tuttavia precisato la Suprema Corte che tale criterio risarcitorio funge soltanto da criterio di moderazione dell’ammontare dell’assegno e presuppone pertanto il previo accertamento sulla sussistenza del diritto del richiedente sulla base del criterio assistenziale; da ciò consegue, precisa di conseguenza la stessa Suprema Corte, che l’indagine sui comportamenti anzidetti di uno dei coniugi è superflua allorchè il richiedente abbia redditi adeguati ovvero il coniuge “colpevole” non disponga delle necessarie risorse economiche (cfr. Cass. 05/12382; 97/7990). Altro criterio attribuito all’assegno divorzile è quello c.d. compensativo, in virtù del quale il Giudice deve tener conto dell’apporto personale ed economico dato da ciascun coniuge al patrimonio comune ovvero a quello di appartenenza esclusiva dell’altro.

iii.     Criteri di riferimento o presupposti di attribuzione?

Dal sopra riportato testo di legge, si evince agevolmente che ai fini dell’assegno divorzile rilevano indici precisi, vale a dire condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, durata del matrimonio. Ancor prima di esaminarli in dettaglio, giova premettere l’insegnamento giurisprudenziale per cui i predetti criteri di riferimento operano in primo luogo come presupposti di attribuzione ancor prima che come parametri di quantificazione; in coerenza con ciò, ben può il Giudice utilizzarne alcuni al fine di ravvisare l’an del diritto al mantenimento ed altre, anche diverse, in ordine al quantum.

  1. I criteri di riferimento nel dettaglio

Richiamato quanto esposto al paragrafo secondo, di seguito si propone breve rassegna sui singoli restanti criteri di riferimento contenuti all’art. 5 L.Div.  Quanto alla durata del matrimonio, ha precisato la giurisprudenza che essa è da intendersi  fino alla pronuncia del divorzio e non con la separazione (Cass. 21805/06). Quanto alle condizioni dei coniugi e di loro redditi, le dichiarazioni generalmente prodotte hanno per il Giudice valore non vincolante, ben potendo essere disattese sulla base di altre risultanze probatorie acquisite (es. accertamenti della Polizia Tributaria). In ordine alle ragioni della decisione ed al contributo dato da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio ed alle ragioni della decisione, si rimanda a quanto illustrato al punto n. II.

Riferimenti normativi: art. 5 L. Div.

Giurisprudenza:  Cass. 10/20582, 07/15610, 07/4764, 02/6541, 05/10210, 04/13169, 98/317, 08/20351, 03/40400